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Meli: "E' un'opera che sento molto mia"

Meli: "E' un'opera che sento molto mia"
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Elena Formica

«Vado pazzo per il ruolo di Foresto nell’Attila e di Ismaele nel Nabucco!». Suvvia, è logico che, chiedendo a un artista come Francesco Meli quali opere più di tutte desideri cantare, non ci si può attendere una risposta così «commovente».  Persino un tenorello o un tenoraccio fra i tanti con sogni impossibili (specie se verdiani) snocciolerebbe titoli come Il Trovatore, Don Carlo, La forza del destino, Otello.
«Absit iniuria verbis», ovvero: giammai s’offenda la gran musica di Verdi, né alcuna delle sue opere (prime, ultime o mediane), né i ruoli d’ogni tipo, né i tenori d’Attila e Nabucco. Ma se a un artista del calibro di Francesco Meli – com’egli stesso racconta - il Teatro Regio rivolge al volo una domanda («che cosa vuoi cantare in gennaio a Parma?»), la risposta saettante è questa: «Riccardo. Un Ballo in maschera».  Non c’era da aspettarsi – per intenderci – un’opera dove il tenore non fosse splendido protagonista.
Affare fatto. Con Un ballo in maschera s’inaugurerà domani, al Teatro Regio, il secondo centenario della nascita di Verdi. Ed ecco, rigorosamente in fila, tre ottime ragioni: «La prima è che nel 2011 ho felicemente debuttato nel ruolo di Riccardo proprio a Parma – spiega il tenore – e finora non l’ho ripetuto altrove. Poi, essendo stato invitato dal Regio “in zona Cesarini”, cioè con un margine d’anticipo assolutamente minimo rispetto all’inaugurazione del bicentenario verdiano, non potevo che proporre a Parma un capolavoro, un’opera che sento molto “mia” come Un ballo in maschera. Vogliamo aggiungere  che potevo anche avere al fianco mia moglie (il soprano Serena Gamberoni, ndr) nel ruolo di Oscar? Una ragione di più, questa, per offrire tale titolo a Parma». 
Riavvolgendo il nastro al punto di partenza (“che cosa ti piacerebbe cantare?”), Meli parla amabilmente di Don Carlo («l’ho già studiato qualche tempo fa - dice -, adesso potrei anche debuttarlo»), della Forza del destino, di Ernani. C’è di bello che con un artista così si può vagheggiare, ma anche motivatamente sperare in un futuro emozionante e sensato (altro che certo becero presente!) dell’interpretazione verdiana: perché Meli ha voce, classe, carisma, ma soprattutto ha cultura. Non a caso, si definisce «un musicista». E non soltanto perché suona bene il pianoforte, ma anche e soprattutto perché - precisa - un cantante lirico «è a tutti gli effetti un musicista (o almeno dovrebbe esserlo), nel senso che, quando studia per conto proprio accompagnato dal pianoforte, deve decidere qualcosa di fondamentale a livello musicale: i fiati, il fraseggio, gli accenti, gli staccati, eccetera. Il cantante deve presentarsi alle prove con una propria linea musicale, deve cioè essere in grado di mettere a disposizione del “materiale” vero da condividere con i colleghi e il direttore. Ve lo immaginereste Pollini che, dovendo suonare “L’Imperatore” di Beethoven, aspettasse di fare ciò che gli ordina Abbado? La verità è che Pollini sa già come suonare “L’Imperatore” e su tale base si svilupperà l’interrelazione con Abbado. Voglio dire, con ciò, che lo stesso meccanismo deve instaurarsi nell’opera tra cantanti e direttore, ossia  tra musicisti».
Amatissimo dal pubblico parmigiano, Meli è stato acclamato al Regio in Così fan tutte, Simon Boccanegra, I Lombardi alla prima Crociata, Werther. Erano gli anni della sovrintendenza di Mauro Meli. «E’ stato un periodo importante – ricorda il tenore -, durante il quale sono stati realizzati a Parma progetti artistici straordinari. Penso alle opere allestite al Teatro Farnese, un luogo magico. Che dire: il più bel teatro del mondo, un’enorme risorsa di questa città». Adesso la Fondazione Regio è guidata da Carlo Fontana, amministratore esecutivo, e da Paolo Arcà, direttore artistico: « Conosco Arcà da parecchi anni – dice Meli -, è un musicista e un direttore artistico di valore, del quale ho grande stima. Ho lavorato con lui alla Scala, al Maggio Musicale Fiorentino e, prima ancora, al Carlo Felice di Genova, nella mia città. Ero molto giovane e Arcà mi ha dato fiducia: gliene sono grato. Quanto a Fontana, che è figura di indiscutibile rilievo, sono quasi imbarazzato a dirlo, ma è un mio “fan”. E’ venuto a sentirmi a Venezia nel Trovatore, mi segue da tempo come un semplice “appassionato”. Beh, non è da tutti…!».

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