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Spettacoli

La difficile misura di "Un ballo in maschera"

La difficile misura di "Un ballo in maschera"
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 Gian Paolo Minardi 

Può risultare senz’altro comprensibile e opportuno il rispolverare una messa in scena datata di una ventina d’anni e già altre volte riesumata in un momento come quello che attraversa il nostro teatro, impegnato a ritrovare una nuova, più necessaria misura gestionale; tanto più che si trattava di un allestimento già felicemente collaudato, come quello firmato da Samaritani, e ora ritoccato con qualche pimento in più da Massimo Gasparon, neppure troppo polveroso e in ogni modo non toccato da certe pretenziose sovrastrutture volte ad illuminare sottesi recessi storici se non addirittura psicanalitici o quant’altro. 
Un fondale dunque, elegante e suggestivamente funzionale, per far rivivere la musica in tutta quella essenza così particolare che pervade «Un ballo in maschera» (che ha aperto la stagione lirica del bicentenario), quel singolare, e inedito per Verdi, travestimento del dramma con lo spirito della commedia che avvolge di fatalistica fatuità l’intreccio di strazi e di morte, e che costituisce l’impervio, sottile discrimine per gli interpreti, nel rischio sempre incombente di sfatare l’inconfondibile passo narrativo, con le sue sottili fragranze, le leggerezze allusive, gli sfoghi intrattenibili, il tutto con quella linearità che lascia capire il richiamo mozartiano suggerito da alcuni acuti osservatori. Termine questo difficile da evocare in questa proposta che chiaramente lasciava trasparire il clima dell’emergenza e quindi i non pochi squilibrii. Massimo Zanetti, che in altre occasioni aveva mostrato una sua probità, alle prese l’altra sera con un’orchestra in rodaggio alternava zone di prudenza a sortite perentorie: mancava così quell’amalgama che è il «colore» non solo strumentale di quest’opera, quel fondersi con le voci che si dirama lasciando intravedere romantici chiaroscuri alternati a più sfumate leggerezze, proprio a dar l’idea dell’impalpabilità della musica, sostanza aerea e incorporea che avvolge ed evoca. 
Tratti che si potevano cogliere, se pur parzialmente, nel modo di porgere di Francesco Meli, come nella precedente edizione la presenza più autorevole del cast; senza una particolare seduzione del timbro, fraseggia bene quando scioglie i momenti più lirici e quando non si lascia attrarre da qualche compiacimento «tenorile». 
Inevitabile lo stacco con il Renato di Luca Grassi, tutto nel segno di un’opaca monotonia; e pure con l’Amelia di Anna Pirozzi dal profilo musicale e vocale troppo evasivo: smalti squillanti affioranti da una zona indefinita in cui si confondeva, troppo genericamente, l’immagine di un personaggio che agli scatti drammatici alterna ben più teneri ripiegamenti. Ulrica di un certo segno vocale quella di Julia Gertseva ma purtroppo estranea alle oscurità dell’«abisso». 
Come nell’edizione del 2011 si è ammirata la musicalità e la spigliatezza con cui Serena Gamberoni ha vestito i panni di Oscar. 
Buoni i due congiurati, Enrico Turco e Francesco Palmieri; a completare i ruoli comprimari Sergio Vitale, Gian Marco Avellino, Enrico Paolillo. Come sempre, punto di forza il Coro diretto da Martino Faggiani.
 

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