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Addio a Nagisa Oshima: svelò "L'impero dei sensi"

Addio a Nagisa Oshima: svelò "L'impero dei sensi"
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Giorgio Gosetti

 
Se n'è andato senza far rumore, portato via a 80 anni da una polmonite a Fujisawa, vicino Tokyo, dopo anni di malattia e di silenzio desolato, il più grande e il più radicale dei cineasti giapponesi del dopoguerra, Nagisa Oshima.
Nonostante una densa filmografia che mette insieme affreschi storici, libelli politici, documentari e ardite sperimentazioni d’avanguardia, il suo nome brilla in Occidente per pochi film, tutti capaci di dare scandalo: 'Ecco l’impero dei sensì (1976) mai proiettato integralmente in patria per i problemi con la censura; 'L'impero della passionè (1978) che fu premiato a Cannes; 'Furyò (1983) che lo sdoganava al cinema europeo e americano, ma che imbarazzava per i forti contenuti sado-masochisti di una storia di guerra che rispondeva - idealmente – a 'Il ponte sul fiume Kwaì -; 'Max mon amour' (1986) che portava un’icona come Charlotte Rampling tra le braccia di uno scimpanzè; 'Tabu» (1999) che riconsegnava il regista alla tradizione del film di samurai ma ne metteva a nudo l'esplicita componente omosessuale. Poi il silenzio.
La critica francese, che lo scoprì per prima ai tempi di 'La cerimonià (1971) e lo accolse come un maestro quando decise di trasferirsi a Parigi, lo celebra oggi come il Godard del Sol Levante. E in effetti il segno estetico e intellettuale della nouvelle vague francese fu fortissimo in questo ragazzo ribelle, imbevuto di idee radicali fin dall’università, lasciata per un posto di assistente alla regia negli studi Shochiku alla metà degli anni '50. Nato a Kyoto il 31 marzo del 1932, cresciuto dalla madre dopo la morte in guerra del padre, Oshima sposa le idee anti-americane dei movimenti comunisti nipponici e morde il freno sotto la guida di buoni artigiani come Nomura e Kobayashi. Nel '59 trova i soldi per dirigere il suo primo lungometraggio ('Il quartiere dell’amore e della speranzà) e si fa notare l'anno successivo con un trittico esplosivo: 'Racconto crudele della giovinezzà, 'Il cimitero del solè e 'Notte e nebbia in Giapponè, crudo atto d’accusa alla sinistra del suo paese che copre la brutalità dell’invasione americana alla fine della guerra e provoca un autentico scandalo culminato nel sequestro della pellicola. Fin dal titolo il richiamo al cinema francese ('Notte e nebbià di Resnais) è esplicito, e così il suo stile, lontano anni luce dalle tradizioni di maestri come Ozu, Mizoguchi, Kurosawa, appena scoperti in Occidente.
Oshima fonda poi una casa di produzione con la moglie e pochi amici, dirige 'L'impiccagionè nel 1968, si fa notare per i richiami al teatro dell’assurdo e per un linguaggio che rinnova al contempo il cinema e il teatro tradizionale. 'La cerimonià (agro ritratto del convenzionalismo giapponese) approda ai maggiori festival internazionali e trionfa alla Quinzaine des Reealisateurs di Cannes: è la sua fortuna perchè il produttore francese Anatole Dauman promette di finanziargli il lavoro successivo. Nascerà così 'L'impero dei sensì le cui riprese di sesso esplicito e masochismo sessuale sono talmente sconvolgenti da sconsigliarne il montaggio in patria, pena il sequestro e una condanna per oltraggio alla morale. Il negativo viene spedito di nascosto a Parigi dove verrà montato secondo le indicazioni del regista e poi distribuito direttamente in Europa. In Italia arriva sulle ali dello scandalo sessuale, proposto come un film 'a luci rossè e per questo, nonostante un clamoroso successo, bisogna aspettare il secondo capitolo 'L'impero della passionè per avere un giudizio critico meditato. È allora, ad esempio, che risalta il contesto storico-politico in cui Oshima ha immerso le due storie degli amanti dannati e quindi il forte valore eversivo che il regista ha voluto proporre anche alla crudezza delle scene sessuali.
Se il riconoscimento mondiale spalanca a Oshima le porte del cinema occidentale, lo scandalo gli chiude quello delle majors nipponiche. Per 'Furyò trova i capitali in Gran Bretagna, ottiene l’appoggio di David Bowie (affiancato da Tom Conti), ma può fare appello al suo mondo artistico solo grazie al musicista-star Ryuichi Sakamoto che firma la colonna sonora e interpreta il capitano giapponese Yonoy. Questa paradossale storia di lealtà e amicizia tra carnefice e vittima, in un campo di concentramento alla fine della guerra mondiale, mette in scena lo scontro tra due mondi desinati a sopraffarsi senza potersi incontrare. Ormai definitivamente allontanato dalla patria, nonostante il buon successo di 'Max mon amour' (sceneggiato con Jean-Claude Carriere), dovrà aspettare il ritorno a casa con 'Tabu» per completare la sua parabola estetica. Alle prese con un soggetto tradizionale come le storie di samurai riuscirà a sconvolgerne per sempre gli equilibri e i riti, firmando un’opera potente e anticonformista.
 

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