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Film recensioni - Django Unchained

Film recensioni - Django Unchained
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Filiberto Molossi

Lascereste dirigere un film a un bimbo goloso appena entrato in un negozio di dolci? E a uno a cui hanno appena regalato la sua prima pista di macchinine? Oppure con l'occhio incollato al buco della serratura per spiare la più bella della scuola? Beh, dovreste. Perché Quentin Tarantino è così: testa da (quasi) 50enne, ma spirito, eccitato e impaziente, di un ragazzino. Lo stesso con cui adesso il texano dal sorriso da Joker che sogna di ritirarsi  «prima di diventare un regista vecchio»  prosegue nella sua trasgressiva, oltraggiosa e più che mai divertita decostruzione dei generi, rileggendo stavolta, con devota ed eccentrica ispirazione, tra zoomate violente come frustate e titoli di testa irresistibilmente vintage, il mito classicissimo e duraturo - ma già abbondantemente contaminato dalle evoluzioni «spaghetti» dei formidabili '60 - del western. Numeri d'alta scuola in cui la iena di Knoxville, citato lo stracult di Corbucci del '66 (con il parmigiano Franco Nero come protagonista),  punta a riscrivere ancora qualche regola della sintassi cinematografica sfoderando il suo magnifico cinismo per godersi un successo assolutamente trasversale: conquistando  sia i giovanissimi, che vanno a nozze con gli eccessi antirealistici e fumettistici con cui smonta i meccanismi più istituzionali (riconoscendosi in quella sua voglia adolescenziale di giocare), che i cinefili più esigenti, sedotti dal suo (auto)ironico ultracitazionismo. 
Pistoleri con le ciaspole, cacciatori di taglie dal linguaggio forbito, sovraimpressioni a lettere cubitali: riletta a suo modo nella storia di uno schiavo liberato (Jamie Foxx),  che con l'aiuto di un ex dentista tedesco dal grilletto facile (un impagabile Cristoph Waltz, «massacrato» dal doppiaggio) va alla ricerca della moglie da cui è stato separato, la disumana bestialità dell'America anti abolizionista, Tarantino carica  «Django unchained» di carne e sangue, mischiando tra loro la brutalità di Peckinpah e l'epica di Leone (e viceversa), l'exploitation e il buddy movie, il discorso razziale e le suggestioni pulp, il cinema black e quello di serie B, le schermaglie verbali e le sparatorie rap, il dettaglio cruento e il sorriso (i membri del Ku Klux Klan che litigano perché non ci vedono con quei sacchetti sulla testa...), l'omaggio (il cameo di Franco Nero, che quando Foxx  gli dice: «Mi chiamo Django. La D è muta» risponde «lo so»...) e lo sberleffo. Un'avventura da 100 milioni di dollari (spesi), 5 nomination all'Oscar, 1 Golden Globe (a Tarantino per la miglior sceneggiatura) vinto:  sempre sul filo (vertiginoso) del paradosso, con inventiva e crudeltà, personaggi spiazzanti (il maggiordomo nero fedele ai bianchi), avvincenti soluzioni visive, interpreti  (ottimo anche il villain di DiCaprio) lucidati a festa. E un unico vero rischio: quello di spezzare ogni catena per poi ritrovarsi schiavo del suo stesso gioco.
 
Giudizio: 4/5
 
SCHEDA
REGIA E SCENEGGIATURA:   QUENTIN TARANTINO 
FOTOGRAFIA:  ROBERT RICHARDSON
INTERPRETI:   JAMIE FOXX, CHRISTOPH WALTZ, LEONARDO DICAPRIO, KERRY WASHINGTON, SAMUEL L. JACKSON
GENERE:  WESTERN
Usa 2012, colore, 1 h e 45'
DOVE: THE SPACE BARILLA CENTER E THE SPACE CINECITY

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