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Film recensioni - Zero Dark Thirty

Film recensioni - Zero Dark Thirty
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 Filiberto Molossi

Questa volta, se non vi spiace, bisogna partire dalla fine: da uno sguardo nel vuoto, dal peso di una lacrima che riga un volto, dal passo d’addio di chi potrebbe volare ovunque e improvvisamente si accorge che non ha un posto dove andare, e forse nemmeno più una ragione, un altrove dove riposarsi dal mondo. O da se stessa. E’ tutto lì, «Zero dark thirty», in quella splendida ultima sequenza, prima che sia ancora (e per sempre) buio sullo schermo, in quella partenza che è già un arrivo, in una solitaria fine della «fine». Nel riposo della guerriera che per andare a a caccia di fantasmi è diventata lei stessa spettro. 
E' un film bellissimo, attraversato da una tensione continua, costante, termometro e respiro di una lotta quasi metafisica a un terrore che sembra invincibile - là dove silenzi e volti e cicatrici non sono che la punteggiatura della storia che nessuno racconta mai -, questo della Bigelow: una pellicola piena di attese, corridoi senza luce, puzzle troppo complicati da rimettere insieme, un thriller prigioniero del buio, implacabile e brutale, politico eppure intimo, che si nutre del rapporto a distanza tra l’uomo «che non c'è» e la donna che deve trovarlo. 
Lui si chiama Osama Bin Laden e «forse» ne avete sentito parlare: maledizione della Storia invisibile anche ai radar, icona del terrore, spinto a forza a infettare ogni pensiero, ogni parola di questo film, eppure assente, là dove anche il suo volto appartiene ormai all’immaginario collettivo tanto che (con geniale intuizione) non viene mai mostrato, se non per la frazione di un istante, macchia confusa nel taglio concitato di un’inquadratura. 
Lei invece è Maya, che forse nemmeno è il suo vero nome: giovane analista della Cia sola contro tutti (come la Carrie di «Homeland»), una vita sacrificata alla caccia di Osama, divorata da un’ossessione quasi patologica, dal laico fanatismo di chi sa di avere ragione: e «per Dio e per la patria» vuole scovarlo ad ogni costo. 
E' in questa dicotomia che la migliore regista del mondo (la prima a vincere un Oscar, per «The hurt locker»), costruisce un ambizioso «reported movie» in cui la struttura narrativa aderisce perfettamente alla cronaca, attraversando, dal punto di vista della sua protagonista - donna coraggio in un mondo profondamente maschilista (una metafora di Hollywood?) -, dieci anni di storia moderna, dall’attentato alle Torri Gemelle all’uccisione di Bin Laden. 
Una parentesi che l’autrice di «Strange days» apre con la tragica litania delle voci delle vittime dell’11 Settembre, portando poi il suo cinema nervoso e inquieto (largo uso della macchina a mano e dei primissimi piani) nel fango di una guerra sporca dalle pesantissime ripercussioni etiche (la presunta «necessità» della tortura - i cui orrori la Bigelow mostra senza riserve - che ha scatenato un furioso dibattito negli States), fino all’emozionante e lungo epilogo ripreso attraverso i visori notturni dei Seals, lezione di suspense che incolla alla poltrona nonostante la fine sia nota. 
Rivincita dell’altra metà del cielo sull'oscurità a cui una parte del mondo la condanna, «Zero dark thirty» (mezzanotte e mezza, l’ora in cui scattò il blitz per uccidere Bin Laden), è un film crudo, feroce e maiuscolo che non si schiera ma obbliga gli altri a farlo, abbandonandosi infine alla tempesta emotiva di una superlativa Jessica Chastain, tormentata eroina abituata al male di un film che sta dall’unica parte giusta: quella del cinema.
Giudizio: 4/5

SCHEDA
REGIA: KATHRYN BIGELOW
SCENEGGIATURA: MARK BOAL
MUSICA: ALEXANDRE DESPLAT
INTERPRETI: JESSICA CHASTAIN, JASON CLARKE, JENNIFER EHLE, MARK STRONG, JAMES GANDOLFINI
Usa 2012, colore, 2 h e 37'
GENERE: THRILLER
DOVE: THE SPACE BARILLA CENTER E THE SPACE CINECITY
 

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