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Bonamassa, dal riff alla "griffe"

Bonamassa, dal riff alla "griffe"
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dal nostro inviato Aldo Tagliaferro

Se anche il diavolo - di questi tempi - veste Prada, non c'è da stupirsi che Joe Bonamassa preferisca l'abito firmato ai jeans polverosi. Con buona pace di Robert Johnson (peraltro consegnato alla storia da un ritratto in gessato nero...) e dei suoi incontri ravvicinati con il malefico, il più giovane artista mai entrato nel board della Blues Foundation sembra aver perso la schiettezza delle origini, barattando atteggiamenti da divo pop-rock in cambio del sudore degli esordi. Forse è giusto così, si cresce e si evolve e - a onor del vero - con la Gibson in mano Bonamassa ha fatto di nuovo scintille, ma dopo otto album e diversi tour mondiali la sua carriera sembra ad una svolta.

Gli stanno probabilmente stretti i panni di bluesman, ma non sembra avere la caratura da “guitar hero” stile metal e finisce per annacquare i riff in un inutile tappeto di tastiere. Che il vento sia cambiato non lo dicono solo gli album scaraventati al primo posto delle classifiche blues di Billboard (il doppio “Live from Nowhere in Particular” sta bissando il successo di “Sloe Gin”) ma il pubblico di un Fillmore gremitissimo e osannante fin dalle prime note. La sorpresa per il volto nuovo che aveva saputo rileggere Jimmy Page e Paul Kossof, proseguendo una tradizione inzuppata di Mississippi, Cream e Stevie Ray Vaughan, si è trasformata nell'attesa del grande assolo, del chitarrista che gigioneggia con il Theremin inondando di plettri la platea. Legittimo, e anche bello a modo suo. Ma lontano dalle origini.

Tutto sbagliato, tutto da rifare? No, perché quando partono i blues lenti Bonamassa tocca le note giuste, quelle che colpiscono sotto la pelle, come in So Many Roads e soprattutto Sloe Gin, highlight della serata e forse l'unica occasione in cui le tastiere di Rick Melick riescono ad aggiungere una dimensione alternativa. A proposito, la formazione con Carmine Rojas al basso e Bogie Bowles alla batteria è decisamente compatta ma resta però a deferente distanza dal chitarrista. Il passaggio da tre a quattro elementi - l'anno scorso - doveva ampliare le opzioni ma non c'è ancora consapevolezza delle nuove strade da battere e pezzi trascinanti come Bridge to Better Days o High Water Everywhere vivono tranquillamente senza tastiere.

Qualche dubbio anche sulla voce: Bonamassa è migliorato molto in studio ma fatica ancora a trovare continuità sul palco, rischiando un impatto un po' monotono. Quando imbraccia l'acustica, invece, Bonamassa sfreccia nei vicoli del virtuosismo a velocità folle, con risultati tecnicamente ineccepibili. Un inchino agli Zeppelin (citazioni da Dazed and Confused) e uno a Mayall (Another Kinda Love): ma adesso l'enfant prodige deve crescere.

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