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Assayas, il respiro del Sessantotto

Assayas, il respiro del Sessantotto
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Giulia Ciccome
«Il ’68 ha avuto un esito più estetico che politico» sostiene Olivier Assayas, il regista di «Qualcosa nell’aria», che ha raccontato il suo ultimo film - già passato in sala qualche mese fa - al pubblico del cinema Edison. Acclamata alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto il premio per la migliore sceneggiatura, questa importante pellicola racconta la storia di un gruppo di ragazzi parigini nel fervore degli anni ’70.
O meglio, come evoca il titolo originale «Après mai», dipinge ciò che accade dopo la rivoluzione mancata del Maggio ’68 nella vita e nell’educazione della generazione che lo ha vissuto.
 Assayas, classe 1955, spiega che «Qualcosa nell’aria» è nato come un romanzo di formazione: «Non volevo solo raccontare gli eventi politici di quegli anni, ma il senso del mio percorso individuale e cinematografico. A quell’epoca non sapevo cosa voleva dire fare cinema, per me il cinema era ciò vedevo alla televisione o nelle sale dei sobborghi di Parigi» e continua: «Esisteva anche un cinema sperimentale, connesso con la politica e la ribellione giovanile. Si respirava un’aria rivoluzionaria di trasformazione del mondo che si esprimeva in una nuova cultura, musica, arte e cinematografia».
Tra i film del regista francese, questa pellicola è sicuramente una delle più intime, in cui la sua autobiografia è solo un elemento di un quadro collettivo più ampio. «Ho seguito un percorso cinematografico influenzato dal mondo in cui sono cresciuto» afferma ancora: «e ho capito quanto la mia storia non fosse divisibile dall’epoca che stavo vivendo».
Gli attori scelti per interpretare il film sono tutti dei giovani non professionisti; il regista spiega così la sua decisione: «Sono andato alla ricerca di 'non-attori', volevo catturare la spontaneità che si ha quando si recita per la prima volta davanti alla macchina da presa. Era difficile trovare dei soggetti che fossero credibili nel contesto del ’68, quindi ho deciso di cercare degli individui singolari, strani, che avessero una vocazione artistica. Attraverso la loro fede nell’arte ho trovato la chiave per accedere all’atmosfera degli anni ‘70».
È proprio quello spirito di contestazioni e scelte drastiche che Assayas fa toccare con mano in «Qualcosa nell’aria», ricostruendo l’atmosfera di un momento epocale attraverso la voglia di combattere per un’idea politica e la ricerca di una strada artistica. Quando il protagonista del film afferma :«Io vivo nella mia fantasia. Se la realtà bussa alla mia porta, non apro», si coglie il desiderio di evasione da un mondo che andava cambiato.

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