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La grandezza di «re» Solomon: «I miei show? Una festa per tutti»

La grandezza di «re» Solomon: «I miei show? Una festa per tutti»
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Serata soul al regio: questa sera è di scena Solomon Burke. Info 0521-039399

L'intervista di Francesco Monaco (Gazzetta di Parma 30 novembre)

Tra gli artisti  che possono fregiarsi - senza rischiare la smentita - dell'appellativo «leggendario», figura senz'altro Solomon Burke, autentico monumento del soul (con escursioni anche in ambiti «bianchi» come il country e il rock), autore della hit epocale «Everybody needs somebody to love» portata al successo planetario dal film «The Blues Brothers».
 Ma le «miniere» di re Salomone contengono tante altre perle, dalla lontana «Cry to me» alla più recente «Don't give up on me» (scritta da Dan Penn) che gli ha fruttato un Grammy non più tardi di quattro anni fa.
Showman debordante sul palco come nella vita (ha 21 figli, il suo peso sfiora i due quintali, canta seduto su un trono), di età imprecisata - alcune biografie fissano la sua data di nascita nel 1936 ma lui preferisce indicare il 1940 - Burke sarà sabato sul «palkoscenico» - questo il nome della rassegna - del Teatro Regio. Ma si tratta in realtà di un ritorno: impossibile infatti che i mille parmigiani che hanno ballato e battuto le mani al ritmo della sua Soul's Alive Orchestra, trascinati dal suo inconfondibile vocione, si siano scordati di quella notte di luglio del 2006 nel Cortile della Pilotta. Ma neanche Burke se n'è dimenticato, come ha confermato in questa intervista telefonica.
    Che ricordo ha del suo primo concerto a Parma?
«Esibirmi in Italia è sempre un piacere ma Parma è la capitale mondiale della buona tavola e questo è un motivo in più. Certo che ricordo la prima volta a Parma in quel cortile meraviglioso»
      In quell'occasione aveva trascinato gli spettatori sul palco: pensa di riuscire a fare lo stesso anche al Teatro Regio, tempio della lirica?
«I miei show devono essere una festa per il pubblico. Trasformerò il Regio in una grande ballroom . La buona musica può entrare dappertutto, anche nel tempio dell’opera».
      Nel corso dei suoi concerti lei omaggia gli altri grandi soulmen della sua generazione, da Otis Redding a Wilson Pickett, da Sam Cooke a Ray Charles, da James Brown a Ben E. King. Lo farà anche in questo show?

«Otis, Wilson, Sam , Ray, James erano tutti dei  fantastici artisti e dei grandi amici. Per me è un dovere celebrarli in ogni mio concerto. E’ grazie a loro che la musica soul si è imposta e ha contaminato tutti i generi musicali. Il soul non morirà mai, anche di fronte a nuovi generi, prima con la disco , oggi con il rap, ha sempre rialzato la testa. Anch’io ho fatto della disco, del rap ma sono sempre un cantante soul. Quando c’è bisogno di Solomon lui arriva, anche il vostro Zucchero è un mio grande amico. Chissà se verrà a salutarmi al Teatro Regio»
 Quando ha interpretato «What a wonderful world» l'ha dedicata polemicamente a George W Bush. Ora il nuovo presidente è Barack Obama: cosa si aspetta da lui?
«C’è una canzone di Sam Cooke che si chiama “A change is gonna come» e io la propongo in ogni mio concerto. Lui nel 1964, poco prima di morire drammaticamente (fu ucciso in circostanze tuttora misteriose, ndr), incise questo pezzo che diceva “…il cambiamento arriverà” . Qualche anno dopo , nel 1968, fu assassinato Martin Luther King ma ora il cambiamento è veramente arrivato e “A change is gonna come» è il cavallo di battaglia di Obama. C’è una grande speranza in tutti noi, bianchi e neri»
      Di recente ha inciso «Like a fire» in cui duetta con tanti artisti di diversa estrazione, fra cui Eric Clapton e Ben Harper. Come sono stati questi incontri?
«E’ stato molto semplice, io ho chiamato gli amici e ho chiesto loro: avete una canzone per il vecchio Solomon? Eric Clapton è stato il primo a rispondermi: sì, ne ho una, richiamami tra tre giorni; e così mi ha dato 'Like a fire' . Poi mi ha detto che aveva la musica per un’altra canzone ma non il tempo per metterci le parole, così l’ho completata io e l’ho ringraziato chiamandola 'Thank you'. La collaborazione con Ben Harper in 'A minute to rest' e 'A second to pray' è stato un grande privilegio, come quella con Keb’ Mo. Ma devo ringraziare anche un mostro sacro come Steve Jordan che ha prodotto l’album».

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