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A Cannes sbarca l'amore al femminile

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Filiberto Molossi
Nei grandi e anonimi spazi di una «provincia» infinita, dove la principale occupazione è guardare passare la vita con una birra in mano, a volte sono solo le illusioni che tengono insieme tutti i pezzi: là, tra le steak house col karaoke, i pub tutti uguali, le camicie a quadrettoni e i parenti serpenti, dove anche un viaggio inutile non lo è affatto, e una promessa fasulla il fantasma di un affetto a cui aggrapparsi. Ha un titolo springsteeniano e un’aria da ballata a tratti malinconica eppure tenerissima, «Nebraska», il film in cui Alexander Payne fonde alcuni temi fondamentali del suo cinema - l’on the road esistenziale (come in «Sideways»), il rapporto padri/figli (trattato assai bene nel recente «Paradiso amaro»), il tempo dei bilanci («A proposito di Schmidt») -, per raccontare, sul filo della riconciliazione (e di un’umanissima comprensione), le crepe sanabili e le distanze ricucibili dell’universo famiglia, in una scoperta dell’altro che è soprattutto accoglienza e accettazione, oltre che tacito rinnovo di un patto mai veramente rispettato.
Girato con coraggio ma coerenza in un bianco e nero che assomiglia a certe fotografie d’autore, fermi immagine dell’America minima che sbadiglia ai margini del sogno, «Nebraska», salutato a Cannes da un lungo applauso, dà corpo all’errata convinzione di Woody (Bruce Dern, in corsa per la Palma per il migliore attore), anziano male in arnese sicuro di avere vinto un milione alla lotteria: testardo ma anche ingenuo, con un passato da alcolizzato («anche tu berresti se fossi sposato con tua madre...»), l’uomo vuole andare a ritirare i «suoi» soldi. Per limitare i danni e metterlo davanti alla verità, allora, il figlio David decide di accompagnarlo... Scritto molto bene, con dialoghi brillanti e un umorismo un po' alla Coen, il film di Payne (che a tratti ricorda «Una storia vera» di Lynch) riscatta un intreccio non particolarmente originale grazie a personaggi ben caratterizzati e dalle facce giuste, dosando con attenzione, cinismo e sentimento, ironia e pietas, difendendo la dignità e il diritto alla rivincita (e alle illusioni) di una terza età altrimenti oltraggiata.
Ma che era un buon giorno per il concorso al Festival si era capito anche guardando «La vie d’Adele», il film in cui Abdellatif Kechiche (è il grande regista de «La schivata» e di «Cous cous») ci conquista nuovamente con il naturalismo spinto e il realismo partecipe di un cinema che, tra dialoghi serrati e quotidiani, primissimi piani e macchina a majno, ti porta sempre dentro a quello che racconta, accanto ai protagonisti, riducendo drasticamente (una particolarità comune a tutte o quasi le pellicole dell’autore franco tunisino) la distanza tra schermo e spettatore. Ellittico, lungo (dura tre ore) ma appassionante, il film di Kechiche, nel racconto dell’amore travolgente tra due ragazze dipinge il volto del desiderio, andando al di là delle sue stesse logiche, per consumarsi nell’attesa di un bacio oppure nel rimpianto di qualcosa che è per sempre anche se è già finito.
Adele ha 15 anni e frequenta il liceo: ha un moroso che fa la sua stessa scuola, ma un giorno resta folgorata da una ragazza coi capelli blu... Marivaux e l’amore a prima vista, le relazioni pericolose, la rivoluzione intellettuale di Sartre, ma anche Klimt, Schiele e l’arte moderna: passata al setaccio di fonti letterarie e iconografice «alte» la graphic novel «Le blue est une couleur chaude» da cui la pellicola è tratta, Kechiche ha girato, con impressionante energia, un bellissimo film di testa ma soprattutto di pancia - fisico, carnale (c'è da scommettere che le ultra esplicite e prolungate sequenze degli amplessi faranno discutere quelli che ben pensano...), vitale e dolente - , sviscerando con un funzionale linguaggio dei corpi su cui disegnare le curve del destino una passione assoluta, in cui, inevitabilmente, un giorno irrompe la vita. Jeans stretti sul sedere, le sigarette fuori dalla scuola, la scoperta della propria sessualità: narratore sincero ed entusiasta dell’adolescenza, Kechiche, che sogna di trasformare la sua Adele in una nuova Antoine Doinel (il personaggio feticcio di Truffaut) per ritrovarla (questi sono solo i primi due capitoli del suo viaggio) in altri film, è non poco aiutato nella riuscita della pellicola da due interpreti fantastiche come Adele Exarchopoulos, scelta tra centinaia di candidate, e la meno inedita Lea Seydoux (vista anche in «Midnight in Paris»): non sarà facile immaginare un palmares senza di loro.

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