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Film recensioni - La grande bellezza

Film recensioni - La grande bellezza
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Filiberto Molossi

«E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura». Non la pensiamo tutti allo stesso modo e di per sé questo potrebbe essere anche un vantaggio; ma se lo chiedete me, sarò sincero: questo è un film magnifico. Potente, astratto, definitivo. Una splendida e amarissima liturgia laica sul niente che siamo, una riflessione surreale e antinarrativa non solo sull'Italia contemporanea (e sulle contraddizioni, feroci e devastanti, di una Roma che sopravvive, inconsapevole, a se stessa) ma anche sulla condizione umana, e, soprattutto, sul senso, sempre sfuggente, di un’eternità che è sempre un passo indietro, chiusa nel cassetto dove è rimasto il libro che non abbiamo mai scritto, in quell'altrove che non è in nessun luogo in cui riposano per sempre le nostre mille occasioni perdute. Un viaggio al termine della notte - là dove anche la morte è una recita e il mare è sul soffitto - in cui nulla resta, tra squarci di bellezza e uno squallore infinito: se non il ricordo di una ragazza che aveva l’odore dei fiori. E poche altre briciole di vita: sepolte nell’eterno bla bla di questi tempi vacui, inutili, annoiati, inermi, vuoti. Party che sembrano quelli di Fiorito, discutibili performance teatrali, ricche signore che si scattano foto «per conoscersi meglio», altre che ascoltano solo jazz etiope, pettinature pirandelliane, esorcisti che parlano solo di cucina, maghi che fanno sparire anche le giraffe, perché se non lo sai è solo e tutto un trucco: girato benissimo, con una forza visionaria che non ha uguali non solo in Italia, «La grande bellezza» è un film sulla morte di un’epoca, una pellicola che si muove tra le canzoni della Carrà e i canti gregoriani, molteplici e coltissime fonti letterarie (Céline, Flaubert ma anche Moravia e Soldati) e ispirati omaggi cinematografici (il Fellini de «La dolce vita», ma anche quello di «Roma» e «8 1/2», ma anche «La terrazza» di Scola), sprazzi di sublime cattiveria e momenti di infinita malinconia. Itinerario immaginario ma realistico di un osservatore geniale del presente, il film del regista de «Il divo» lascia che il giornalista Jep Gambardella (Toni Servillo, bravissimo come sempre), moderno Virgilio «condannato alla sensibilità», accompagni gli spettatori, con il disincanto di chi è stanco di sè, alla scoperta della sua vita e della sua Roma. Ne esce un film ambiziosissimo e che qualcuno certamente troverà presuntuoso: ma mentre la macchina da presa sembra non potersi dare pace, lo stile di Sorrentino (che domani da Cannes potrebbe tornare con un premio importante) riesce completamente a sopraffarti, trasformando lo sguardo curioso di questo giovane e grande autore in una consapevolezza comune, in uno stato d’animo collettivo e condiviso quanto l’esperienza cinematografica.
Giudizio: 5/5
 
SCHEDA
REGIA:  PAOLO SORRENTINO
SCENEGGIATURA:  PAOLO SORRENTINO e UMBERTO CONTARELLO
FOTOGRAFIA: LUCA BIGAZZI
INTERPRETI:  TONI SERVILLO, CARLO VERDONE, SABRINA FERILLI, CARLO BUCCIROSSO, ISABELLA FERRARI
GENERE:  DRAMMATICO
Italia 2013, colore, 2 h e 22’
DOVE:  THE SPACE BARILLA CENTER e THE SPACE CINECITY
 

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