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SempreVerdi - La Traviata a Genova (con protesta)

SempreVerdi - La Traviata a Genova (con protesta)
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Elena Formica

Preludio  atto primo: la protesta. Ossia La Traviata di Verdi in versione, per circa mezz’ora, non filologica. Una “prima” da non perdere al Carlo Felice di Genova, in scena l’agonia del teatro. Fabio Luisi, direttore principale del Metropolitan di New York e direttore onorario dell’ex (merita un avvenir  migliore) tempio lirico genovese, appare in proscenio con un foglio: «Non è solo il Carlo Felice in pericolo – proclama - ma l'arricchimento culturale delle generazioni a venire». E prosegue: «La giusta forma di protesta non è l'astensione, bensì la più alta qualità del lavoro». Poi loro, i sindacalisti: «Siamo qui riuniti – annunciano - per celebrare la chiusura del Carlo Felice con la consapevole responsabilità dei soci. Che ne hanno fatto dei 9 milioni risparmiati con i contratti di solidarietà?». E giù duri  contro il sindaco, il presidente della Regione, il sovrintendente del teatro. Accuse pesanti. Si leva quindi la musica di Verdi, cioè il (vero) Preludio atto primo di Traviata, e la gente si scorda di botto della protesta, dei sindacati, del Carlo poco Felice. Platea gremita, lustrini, l’operissima. Così va ancora (per quanto?) il mondo.
Cast orgogliosamente ligure con Mariella Devia, originaria di Imperia, nel ruolo di Violetta; con Francesco Meli e Roberto Sèrvile, entrambi genovesi, rispettivamente nei panni di Alfredo e Giorgio Germont. Genovese anche Luisi, che dirige questa Traviata con cuore e compasso.
La grande Mariella Devia non è più la Violetta che ascoltammo nel 2003  al Teatro Regio di Parma. Il tempo, le sfide anche audaci affrontate negli anni, hanno lasciato il segno. L’artista è diventata ancora più artista sul fronte drammatico, però questa sua Traviata non si conferma vocalmente prodigiosa o tecnicamente ineccepibile, anzi mostra alcune evidenti difficoltà nel I atto. Tuttavia, in un crescendo inarrestabile, Mariella Devia si riprende ciò che da sempre le appartiene: il canto, ma oggi un canto più appassionatamente umano, che getta l’anima oltre lo steccato della bellezza in quanto tale  e si piega, con scelte interpretative di inossidabile intelligenza, all’imperfezione della vita e perciò al dramma stesso di Violetta Valéry. Particolarmente intensi certi momenti del II e III atto: “Addio del passato” e l’intero finale. 
Quanto ad Alfredo, magnifica la prova di Francesco Meli, la voce come luce, ma nel contempo piena, espansa, corposa, intangibilmente materica: sembra una contraddizione e non la è. Serata no, invece, per Roberto Sèrvile, un Germont affaticato che qualcuno, tra il pubblico, contesta. Efficiente più che efficace il resto del cast; idem il coro non sempre a piombo. Regia di Jean-Luis Grinda, scene di Rudy Sabounghi, costumi di Jorge Jara. Un po’ i bordelli di Toulouse-Lautrec, un po’ le solite “traviaterie” per stare sul sicuro. E alla fine, applausi.
 

 

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