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"Amour" e "Lincoln", il meglio è qui

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Filiberto Molossi

Ci abbiamo provato in tutte le maniere: abbiamo inventato un barrage, poi uno spareggio, infine un fotofinish. Ma niente: non sono serviti nemmeno i tempi supplementari e tanto meno i rigori. Alla fine, la nostra giuria ha deciso di non decidere: ma per nulla intenzionata a lasciare, ha raddoppiato. Il film dell'anno? Sono due. Il nostro tradizionale bilancio della stagione cinematografica si è concluso con un clamoroso ex aequo: primi a pari merito due colossi, assai differenti per intenzioni e stile (eppure entrambi molto privati, molto intimi...), della settima arte come «Amour», bellissimo e straziante film dell'austriaco Michael Haneke (che fa il bis dopo «Il nastro bianco», campione nel 2010) e il politico, introspettivo e attualissimo «Lincoln» del maestro di Hollywood Steven Spielberg, che consoliamo così dall'Oscar mancato. E' la prima volta che nel gioco-sondaggio della Gazzetta di Parma (ideato dall'indimenticato Maurizio Schiaretti) la «gloria» è da dividere a metà: più che un verdetto, la metafora di una stagione (anche tormentata) in cui il cinema ha fatto vedere moltissime cose interessanti, nella rassicurante conferma, in Italia come nel resto del mondo, del talento – e dell'intatta ispirazione – degli autori con la A maiuscola.
Tanti i picchi negli oltre 230 film usciti a Parma su cui ha potuto svariare la nostra giuria formata da critici, docenti universitari, esercenti, promotrici di eventi cinematografici e film maker; ne è venuto fuori un incredibile arrivo in volata, dove si sono sì imposti «Amour» e «Lincoln», ma di un soffio davanti ad altri agguerritissimi concorrenti come «La grande bellezza» di Sorrentino - per noi il miglior film italiano in un anno in cui il nostro cinema (da «Reality» a «Io e te»,   ma senza dimenticare «Viva la libertà», «Miele» o «E' stato il figlio») ha mostrato muscoli e cervello -, la sorpresa danese «Il sospetto» e lo spaghetti-pulp tarantiniano «Django Unchained». Quest'ultimo, tra l'altro, è il vostro preferito. Quest'anno infatti abbiamo voluto allargare il nostro sondaggio anche ai lettori e premettere loro di votare sul nostro sito: si è imposto proprio «Django Unchained» con oltre il 14% dei voti davanti a due film italiani ma di respiro internazionale: «La miglior offerta», il thriller esistenziale di Tornatore e a «La grande bellezza».
E che l'esplosiva ironia di Tarantino, oltre che in quelli del pubblico, sia anche nei nostri cuori, lo dimostra il voto per il miglior regista: ha vinta proprio lui, la iena Quentin, che stavolta è riuscito a lasciarsi alle spalle con un colpo di reni la coppia Spielberg/Haneke. Un plebiscito, o quasi, invece, l'elezione del migliore attore. Ci possono essere dubbi? Onestamente no: Daniel Day Lewis, mostruosamente bravo nei panni di «Lincoln», ha stracciato la concorrenza, scavando un solco profondissimo tra lui e tutti gli altri. Più combattuta, al contrario, la gara delle attrici: prevale la splendida Marion Cotillard di «Un sapore di ruggine e ossa» (pensate sia facile recitare fingendo di non avere le gambe?), che supera di poco la dolente Chastain di «Zero dark thirty» (un altro dei «must see» del 2012-2013) e la Riva di «Amour».
Tra gli italiani spicca invece «La grande bellezza», capolavoro non da tutti compreso che si impone su «Reality» e «Io e te» del nostro Bertolucci, regalando gloria anche ai suoi interpreti: primo l'inimitabile Servillo e seconda una sorprendente Sabrina Ferilli. E' italiano anche l'attore rivelazione, ma questa volta arriva da «Reality»: un applauso, prego, ad Aniello Arena, l'ergastolano (scoperto da Garrone) che sul set ha trovato libertà e riscatto morale. Combattuta anche la gara delle opere prime, mai come quest'anno tante e buone: il trionfo è di «Re della terra selvaggia», tra i film più singolari della stagione. Infine, la delusione: spiace dirlo, ma gli «Amanti passeggeri» di Almodóvar non li ha amati quasi nessuno.
Tra tanti film, infine, un premio poi quest'anno, a mio parere,  lo meriterebbe anche uno «spettatore» particolare; uno rimasto senza poltrona nell'arena a cielo aperto della Storia: «l'uomo in piedi». Quello che, fermo e in silenzio, ha spaventato per giorni il regime turco, facendo migliaia di proseliti. Non so a voi: ma a me questo altissimo esempio civile ha ricordato la potenza ineguagliabile  e non violenta del cinema, l'eterna sfida di chi guarda e a sua volta è guardato.
 

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  • Simone

    01 Luglio @ 10.09

    Mah, Lincoln è si ben recitato si importante, ma resta noiosissimo, carico di un approfondimento storico soltanto da appassionati dell' argomento; bastava ascoltare i commenti all' uscita... E poi Abramo sussurra tutto il film...

    Rispondi

  • ila

    30 Giugno @ 00.56

    lè steta dura bombè... forse avendo potuto aver più giorni a disposizione avrei diversificato le preferenze... in effetti come si puo' scegliere er mejo in una stagione? troppe differenze di ogni tipo soprattutto quando la programmazione permette 4/5 film (almeno...) di alto livello... ila

    Rispondi

  • dave

    29 Giugno @ 21.41

    "Lincoln" purtroppo a parere mio e di molta altra gente è un film molto noioso. Con un suo significato storico e un bravissimo interprete,ma troppo lento e privo di sussulti. Non un brutto film,ma da lì ad osannarlo e considerarlo il più bel film dell'anno ce ne passa......

    Rispondi

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