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Anche il dissenso fa spettacolo: "buu" e volantini

Anche il dissenso fa spettacolo: "buu" e volantini
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Gian Paolo Minardi
Ormai anche il dissenso diventa spettacolo, come si è potuto toccar con mano l’altra sera alla Scala per la prima di «Un ballo in maschera» dove il principale oggetto della pioggia di ‘buuh’ che alla fine ha travolto gli applausi (accompagnata da lanci dai loggioni di striscioline di carta con le scritte «L’ignoranza artistica non è accettata», «Più rispetto per Verdi!» e altre affermazioni del genere),  il regista Damiano Michieletto si è presentato alla ribalta con ostentato compiacimento, abituato ormai a questo tipo di appendice che senza dubbio ha contribuito ad accrescere la sua immagine di successo, ormai internazionale.
 Un indubbio estro teatrale quello del giovane regista veneziano, nutrito da un che di furbesco che sfrutta tutti gli effetti della provocazione ed unito ad un rapporto col palcoscenico che «fa girare» lo spettacolo: purtroppo spesso penalizzando la musica, il che non è guaio da poco! Anche per il «Ballo», dunque, ecco la solita formula di riadattare la lettura ai nostri tempi, inevitabilmente rischiosa, sottoposta a quel logorio del gusto e della sensibilità tipico dei nostri anni (ricordate «l’invecchiamento della musica contemporanea» predicato da Adorno?), e che in questa occasione è risultato oltremodo evidente, proprio per il carattere che ha quest’opera, davvero un «unicum», nel percorso verdiano.
 Prenderla di petto come ha fatto Michieletto, e come ne è conseguito sul versante musicale, significa dissolvere quel fascino impalpabile che nasce dalla sua leggerezza, dalla sua eleganza dal profumo francese, ingredienti indispensabili per animare tutto quel ventaglio di sensazioni e di situazioni giocose ed effimere attraverso le quali gli strazi del dramma affiorano ancor più pungenti; mobilità che, appunto, è mancata a questo spettacolo centrato sulla goffa ostentazione di un Riccardo concepito come un rampante boss politico, privato quindi di quella aria di simpatia che Verdi gli crea attorno, con la sua passione, lo struggimento della rinuncia, il perdono.
E’ vero che Verdi, scocciato dalle tante trappole della censura, si era sfogato con Somma, il librettista, dicendo di mettere «un principotto, un duca, un diavolo... che avesse sentito l’odore della corte di Luigi XIV», mai avrebbe però immaginato la drastica semplificazione operata da Michieletto col trasferimento dal leggiadro, un po’ operettistico clima di corte al contesto di squallore che circonda oggi la nostra vita, spazzando via tutto l’alone romantico che traspira sotto il gioco verdiano.
 L’«orrido campo» è quello popolato di battone che litigano tra loro e che rapinano la povera Amelia, portandole via borsa e pelliccia di visone, il gran ballo finale un’adunata elettorale e così via; e poi perché togliere al paggio Oscar, quella sua ineffabile ambiguità, facendone una sculettante, devotissima segretaria? Impatto pesante che, si diceva, ha agito in maniera evidente sul versante musicale dove il giovane Daniele Rustioni è apparso come dipendente dalla rigidezza del taglio; lo si poteva percepire da un certo disorientamento iniziale che ha investito lo stesso coro di Bruno Casoni e che poi si è prolungato lungo il percorso in maniera apprensiva, controbilanciato peraltro da puntate decise, anch’esse poco consone a quella flessibilità richiesta dalla vita interna di questo capolavoro.
Mancanza che risultava accresciuta dalla composizione di un cast molto discontinuo e scompensato: Marcelo Alvarez, nel ruolo protagonistico, scioglieva momenti di canto appassionato entro una sommarietà di modi non proprio sollecitanti; Sondra Radvanovsky era un’Amelia decisa, dal profilo vocale tagliente, sempre a rischio d’intonazione, poco avvincente; Zeljko Lucic, nelle vesti di ‘bodyguard’ con tanto di giubbetto antiproiettile, un Renato legnoso e lagnoso (quell’«Eri tu che macchiavi quell’anima» che non finiva più, col povero Rustioni che tentava invano di darsi e di dargli una mossa); la collaudata Ulrica di Marianne Cornetti «professionale» come usa dirsi, l’Oscar infine di Patrizia Ciofi piuttosto evanescente. Insomma, nell’anno verdiano, un’altra occasione mancata. 
 

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  • mauro

    12 Luglio @ 12.20

    E bravo professore! Finalmente una recensione che dice le cose come stanno! E hanno il coraggio di interpellare ancora questo sedicente regista? Lui è furbo, certo, e gli stupidi sono quelli che lo chiamano pagandolo per di più profumatamente... Bisognerebbe far pagare i danni a chi asseconda questo sfacelo della cultura e della musica!

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