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Michieletto e quella regia malata di protagonismo

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 Raccolgo volentieri l’invito del regista Damiano Michieletto di confrontarsi col pubblico per «fare un confronto», come dice lui, dopo la prima di «Un ballo in maschera» andata in scena al Teatro Alla Scala il 9 luglio. Alla fine dello spettacolo, dopo aver espresso il mio dissenso per l’allestimento registico con qualche civile buuuuu, senza l’aggiunta di epiteti od altro, sono uscito disgustato, ma più ancora amareggiato e mortificato. Sgombriamo subito il campo da facili commenti o cattive interpretazioni, prescindendo dal fatto che sono un acceso sostenitore del fatto che non esistono regie tradizionali o «classiche», quelle pedisseque 

alle didascalie indicate in partitura tanto per intenderci, così come 
non esistono regie innovative, moderne o d’avanguardia: esistono regie intelligenti e regie non intelligenti. E mi parrebbe perfino banale dover affrontare il giudizio con un «Mi è piaciuta» o «non mi è piaciuta». 
Il problema purtroppo è molto più profondo e pare che in molti non vogliano accorgersene. Ho avuto modo di applaudire sinceramente allestimenti di Michieletto che ho reputato «geniali» in passato, dal «Roméo et Juliette» della Fenice nel 2009, alla «Gazza ladra» (2007), «La scala di seta» (2009), «Sigismondo» (2010) al Rossini Opera Festival di Pesaro e «La Bohéme» (2012) a Salisburgo, ma adesso credo che il signor Michieletto abbia passato il segno. 
La regia di «Un ballo in maschera», coerente nel pensiero dell’autore e anche di facile interpretazione, non teneva tuttavia in nessun conto dei principi fondamentali di regia, validi per una qualsiasi opera lirica. La regia intesa com’è oggi è fatto recente, il che sta a significare che l’opera lirica, e per quanto banale mi pare sia necessario ricordarlo al signor Michieletto, è fatta di testo, canto e musica, già di per loro amalgamati in un unicum perfetto, tanto è vero che fra cent’anni si parlerà ancora di «Un Ballo in maschera» di Giuseppe Verdi, ma non certo di Damiano Michieletto come regista di «Un Ballo in maschera». Ciò che sconvolge sono diverse cose: prima fra tutte l’assoluta mancanza di rispetto per l’autore. In una famosa lettera che Verdi scrisse a Lèon Escudier l’11 marzo 1865 e che Michieletto dovrebbe conoscere molto bene, il Maestro così si esprimeva a proposito di una recita di Macbeth: «Eccoci al Sonnambulismo che è sempre la scena capitale dell’Opera. Chi ha visto la Ristori sa che non si devono fare che pochissimi gesti, anzi tutto si limita quasi ad un gesto solo, cioè di cancellare una macchia di sangue che crede aver sulla mano. I movimenti devono essere lenti, e non bisogna veder fare i passi; i piedi devono strisciare sul terreno come se fosse una statua, od un’ombra che cammini. Gli occhi fissi, la figura cadaverica; è in agonia e muore subito dopo. La Ristori faceva un rantolo; il rantolo della morte. In musica non si deve, né si può fare; come non si deve tossire nell’ultimo atto della “Traviata”; né ridere nello “Scherzo” od è follia del “Ballo in Maschera”. Qui vi è un lamento del Corno inglese che supplisce benissimo al rantolo e più poeticamente». Queste affermazioni non sono banalità, Verdi sapeva benissimo che per creare un’atmosfera bastava la musica. Lei, signor Michieletto, per creare l’atmosfera dell’«Orrido campo» si è inventato una borgata di periferia battuta da prostitute e, per essere sempre più lei protagonista, si è inventato anche uno scippo con tanto di strattonamenti, prima la pelliccia poi la borsetta, il tutto mentre il soprano Sondra Radvanovski stava cantando la sua aria più impegnativa. Vede, signor Michieletto, l’unica cosa che a lei interessa è essere protagonista, a lei non interessa assolutamente niente né dei cantanti, né dell’orchestra, ma solo essere al centro dell’attenzione.
Seconda cosa: la regia, è sempre bene ricordarlo, deve essere solo ed esclusivamente di supporto all’opera e cercare di valorizzarne i contenuti e far emergere i sentimenti dei personaggi, mettere i cantanti a loro agio e non essere elemento di disturbo. Non c’era una sola cosa nel suo allestimento che non disturbasse. Io mi chiedo come si permette di far rumoreggiare in palcoscenico, gente che applaude, che batte i piedi, che schiamazza, quell’orribile sceneggiata sul cofano dell’auto! Sono tutti espedienti che lei ben sa o dovrebbe sapere essere assolutamente disturbanti, il che vuol dire che il pubblico si distrae perché a lei interessa poco o punto dell’opera, l’importante è che lei sia il protagonista! 
Sono inoltre convinto che a lei abbiano fatto più piacere i buuuu che non gli applausi, perché gli applausi sono banali, mentre i buuu suscitano curiosità, provocazione… provocazione di che? Se lei ha delle idee e le vuole esprimere, si faccia un testo e lo metta in scena ma non violenti un’opera d’arte di per sé già perfetta. Lei dice che «bisogna mettere in discussione la tradizione altrimenti non si facciano nuove produzioni». Ma cosa sta dicendo? Dove sta scritto che «tradizione» sia sinonimo di «vecchiume», di superato o peggio di inutile. Non si tratta di tradizione, si tratta di genialità, di mettere lo spettatore nelle condizioni migliori di gustare quanto l’autore ha fatto, di farlo concentrare sull’azione e ascoltare la musica e il canto, non che debba essere obbligato a vedere espressi sulla scena, invece che la tal opera del tal autore (non dimentichiamo mai che l’autore ha un padre), i problemi esistenziali di qualche pseudo intellettualoide che qualche sovrintendente, per farsi pubblicità e ad onta delle già scarse risorse le dilapida per far luce a chi, con l’opera ha ben poco da spartire. Le suggerisco quanto a genialità di rivedersi qualche allestimento di un certo signor Strehler o di Pier Luigi Pizzi e cerchi di capire cosa vuol dire catapultare lo spettatore nell’essenza dell’opera senza offenderlo. Questo lo dico con cognizione di causa perché, benché riesca abbastanza bene ad estraniarmi dal contesto registico e scenografico, non ho goduto niente dell’opera perché ho provato un senso di repulsione, di allontanamento dallo spettacolo, ma non perché non mi piacesse l’ambientazione che mi riportava ad una attualità drammatica, grottesca e purtroppo veritiera ma perché era completamente avulsa dai contenuti testuali. Terzo: è inusitato il potere che i registi hanno assunto nell’allestimento dello spettacolo operistico che si traduce, fortunatamente non sem-
pre ma molto spesso, in un potere di vita e di morte su tutto travalicando i principi, non solo 
della «parola scenica» che molti non sanno nemmeno cosa voglia dire, ma senza tenere in minimo conto delle necessità e della 
personalità dei cantanti che so-
no i veri protagonisti dello spettacolo. 
Piccola chiosa finale. Speriamo che il nuovo sovrintendente Pereira sappia cogliere l’essenza dell’italianità musicale e dosi le sue esperienze di Zurigo e Salisburgo.
Paolo Zoppi
Falstaff del Club dei 27
Presidente degli Amici della Lirica del Cral Cariparma
 

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  • Paolo Zoppi

    19 Luglio @ 18.52

    Gentile signor Alessio, certamente non dico a lei con chi ho parlato in quanto ne voglio garantire la riservatezza, ma mi pare che o non abbia capito o non voglia capire il problema di fondo. A parte che nessuno al mondo mi può convincere che una cantante sia messa nelle migliori condizioni benché strattonata e svestita, il regista Michieletto è sato il protagonista assoluto dello spettacolo cancellando completamente la centralità dell'opera, testo e musica e distraendo in continuazione lo spettatore. Quanto al presuntuoso lo rispedisco al mittente e mi fa molto piacere che lo spettacolo le sia piaciuto. Cordiali saluti Paolo Zoppi

    Rispondi

  • norberto

    17 Luglio @ 20.40

    Anch'io ero alla Scala e mi sono sentito violentato da quella scempiaggine che era la regia di Michieletto. Regia che nasconde una profonda ignoranza travestita da "lettura moderna". In verità anche cast, orchestra, direzione e quant'altro hanno risentito del contesto nel quale erano inseriti e la recita si è rivelata indecente,

    Rispondi

  • Alessio

    16 Luglio @ 22.59

    Mi scusi, lei ha forse chiesto alla Rodvanovsky, ad Alvarez, a Lucic... (che, sono d'accordo, sono i veri protagonisti), come si siano trovati a lavorare con Michieletto e se pensano che il regista abbia anche solo per un attimo ostacolato o disturbato la la loro performance? Lo ha fatto? Non credo. Allora devo concludere che lei è solo un presuntuoso nel dire che il regista non ha tenuto "in minimo conto della personalità e delle necessità dei cantanti". Non ha nessuna informazione a proposito e sta parlando a nome di altri. Io ho parlato con Alvarez, con la Rodvanosky al termine dello spettacolo ed entrambi si sono espressi con lodi e complimenti verso il regista!!! Cordiali saluti. Alessio

    Rispondi

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