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Rossini "scade" nella banalità

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Gian Paolo Minardi
Dagli scrosci di risate che hanno accompagnato la rappresentazione, straordinariamente farcita di sortite e di gags, concepita da Davide Livermore nel far rivivere le vicende della «bella italiana» e del Bey Mustafà attraverso la lente di un’attualità che ritroviamo ogni giorno davanti allo schermo televisivo (così come aveva fatto lo scorso anno per la ritrovata «Ciro in Babilonia» con l’amarcord cinematografico anni Trenta), non ci si aspettava il crescendo di «buh» che hanno suggellato la serata inaugurale di questa edizione del Rossini Opera Festival.
 Condizione del resto ormai sdrammatizzata questa del dissenso alle regie, quasi un complemento indotto alla rappresentazione, come stanno indicando molti esiti di questa estate festivaliera, Bayreuth naturalmente in testa, se non addirittura motivo d’orgoglio; una medaglia da appendere al petto di ogni regista che si rispetti, a giudicare dalla ostentata soddisfazione con cui l’altra sera Livermore e i suoi collaboratori Nicolas Bovey, autore delle eleganti scene, e Gianluca Falaschi dei bei costumi - premiato lo scorso anno, proprio per il «Ciro», nientemeno che dall’«Abbiati» - si sono presentati alla ribalta.
Dissensi a parte, un’operazione questa ideata dal regista torinese piuttosto discutibile per eccesso, nel senso di una proliferazione di visualità e di gestualità quasi bulimica che finiva per mettere in secondo piano l’energia vitale della musica; di una musica così perfettamente organizzata - la «folie organisée» di cui parlava Stendhal - come quella dell’«Italiana» che non sopporta altri sovraccarichi, se non calibrati da quella misura, da quel 'gusto' che non sembra proprio essere il tratto peculiare di Livermore: perché, gratta gratta, il problema delle regie d’opera oggi non è tanto quello della rilettura in chiave di attualità o meno, quanto la qualità del modo di attivare tale proiezione, senza deviare il corso della musica, cosa che sembrerebbe quasi naturale per i caratteri del Rossini buffo, quasi inossidabili nella loro astratta enigmaticità, in realtà assai ardua proprio per la necessità di non inficiare con modi banali tale assolutezza.
Ci si era cimentato anni fa, qui a Pesaro, Dario Fo nel tentare di attivare ulteriormente la sfrenatezza che percorre l’«Italiana», senza esiti memorabili che tuttavia l’altra sera riaffioravano come nostalgico termine di confronto con questa nuova proposta, essenzialmente banale. Nel senso più stretto, in quanto probabilmente la 'banalità' era la chiave voluta da Livermore quale parametro con cui ricaricare la narrazione attraverso gli stilemi ratificati dalla televisione, quelli delle orrende serate d’intrattenimento come quelli della stessa pubblicità, il tutto condito da piccole complicità trasgressive che si bruciano in un attimo (perché quegli abbandoni saffici di Isabella?); ma per dare una misura esemplare alla banalità, per saperla raccontare è necessario non ricaderci dentro, rischio cui appunto il regista non ci è parso essersi sottratto.
L’esito, si è detto, è stato quello di avvolgere l’attenzione dello spettatore con un continuo martellamento, fin dalla sinfonia, di rimandi a moduli appartenenti al nostro lessico quotidiano, fumetti, televisione, pubblicità, gesti, tic e quant'altro, così da ostacolare, anziché stimolarlo, l’effetto dionisiaco di questa musica che vive di un’energia propria, irresistibile: a saperla far sprigionare, naturalmente, cosa cui ha tentato con esito non assoluto ma neppure disdicevole José Ramòn Encinar alla guida dell’orchestra del Comunale di Bologna. Più articolato il palcoscenico, con l’autorevolezza di Alex Esposito nel dar vita ad un Mustafà pieno di energia, ciò che segnava il confronto con il profilo vocalmente più temperato, pur negli slanci caratteriali, dato a Isabella da Anna Goryachova, che l’anno scorso avevamo apprezzato nella «Matilde di Shabran» per una vocalità non esuberante ma elegantemente profilata; Lindoro era Yijie Shi, giovane tenore cinese la cui determinazione tecnica dovrà allargarsi verso una più naturale espressività; positivo il Taddeo di Mario Cassi e pure ben centrate l’Elvira, moglie di Mustafà, Mariangela Sicilia e la Zulma di Raffaella Lupinacci. Haly, infine, il capitano dei corsari algerini cui Rossini fa cantare «Le femmine d’Italia», era il ben concentrato Davide Luciano.   

 

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