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Mostra di Venezia, meno cassetta più raffinatezza

Mostra di Venezia, meno cassetta più raffinatezza
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Dal nostro inviato
Filiberto Molossi

Newton lo aveva capito prima degli altri: sta tutto nella forza di attrazione. Che sì, è un pilastro della fisica: ma anche, ampliando lo sguardo, quel filo sottile e invisibile che unisce lo spettatore allo schermo. Un richiamo misterioso, che però ha le sue leggi: là dove l’assenza di gravità è invece propria dello smarrirsi. Un’inesorabile deriva, come quella contro cui lottano gli astronauti Clooney e Bullock (lui all’ultima missione, lei alla prima), nel profondo nulla di un’altra odissea nello spazio. Per vincere lo scetticismo (prevenuto?) che circonda la settantesima (auguri, bella signora) Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera prova con coraggio a riportare il Festival della Laguna in orbita: conscio che per ritrovarsi bisogna prima perdersi. Stasera il primo ciak di una kermesse ambiziosa che, orfana di alcuni pezzi grossi scippati da Cannes (i Coen, Payne, Kechiche, Farhadi, Polanski...) gioca contro la crisi la carta del contropiede, con un cartellone d’autore adatto ai cacciatori di perle, quelle che di solito si nascondono dove meno te l’aspetti. Venti film in concorso sotto lo sguardo curioso ed eccellente dell’ultimo imperatore (a proposito, la versione in 3 D esce il 10 settembre) Bernardo Bertolucci, presidente di giuria: ma prima, tappeto rosso per «Gravity», il kolossal minimalista e fantafilosofico del messicano Alfonso Cuaron. Della sua ultima volta a Venezia (con «I figli degli uomini») non si ricorda nessuno: e forse è meglio così. Da allora ha pensato solo a questo film: oltre 5 anni di preparazione, una pellicola che sembrava non dovere uscire mai. E che ora ha il compito, per nulla comodo, di aprire le danze. Tre gli italiani in gara, un big e due outsider, tutti sul filo del disagio; l’asso è Gianni Amelio, l’ultimo di casa nostra ad aggiudicarsi (15 anni fa) il Leone: ne «L'intrepido» racconta, tra commedia e lacrimuccia, la storia di un disoccupato (Antonio Albanese) che sopravvive rimpiazzando chi si prende una pausa dal lavoro. E’ quasi un western suburbano invece il debutto della regista teatrale Emma Dante: due auto guidate da due donne, una via troppo stretta, nessuno che vuole fare marcia indietro. Facile leggerci anche lo stallo, rabbioso, di un Paese. Il terzo italiano in concorso è invece (e fa parte delle scelte «forti» di Barbera) un documentario: quello di Gianfranco Rosi, che in «Sacro Gra» osserva forme di vita ai margini del Grande Raccordo Anulare.
Uno sguardo sul mondo che anche nel resto della selezione non può prescindere dalla realtà: anche quando gioca con le allegorie della fantascienza. Come nel pericolosamente bizzarro «The zero theorem» (con il premio Oscar, Christoph Waltz, il più amato da Tarantino) di un Gilliam tornato in zona «Brazil», o in «Under the skin», con Scarlett Johansson cacciatrice aliena di uomini. Una Mostra, quella veneziana, che cerca nuove angolazioni sulla Storia - il doc su Rumsfeld, ma anche l’atteso «Parkland», ambientato nell’ospedale dove arriva John Kennedy in fin di vita -, attraversando come un lampo storie vere («Tracks», viaggio anche esistenziale di una scrittrice australiana che percorse 2.700 chilometri in compagnia di un cane fedele e 4 bizzosi cammelli, come pure «Philomena», titolo «sicuro» di Stephen Frears, in cui Judi Dench che cerca per 50 anni il figlio che ha abbandonato), casi letterari («Child of God», con cui James Franco porta in scena un grande autore amatissimo dal cinema come Cormac McCarthy), tematiche attuali (il thriller eco terrorista «Night moves, l’algerino «Les terrasses»), animazioni (il maestro Miyazaki, di celeste tenerezza, ma anche, fuori concorso, «Capitan Harlock», che farà sussultare i bambini mai cresciuti degli anni '70) e redenzioni («Joe», con Nicholas Cage con tanto di barbone). Un mix variegato di registi abbonati ai Festival (Gitai, che si cimenta in unico, e politico, piano sequenza, l’esperto e amato Garrel che potrebbe fare centro con la sua «Jalousie», Tsai Ming-liang...) e giovani leoni, come l’enfant prodige canadese Xavier Dolan sono pronti a minare le sicurezze della kermesse: ad esplodere sarà sicuramente l’istituzione famiglia, fatta a pezzi dal lungo e si dice violentissimo «The police officer's wife» di quel Philip Groning che fece molto parlare di sé con «Il grande silenzio» (un documentario ambientato in un monastero), ma anche dal greco «Miss violence», che dal trailer promette benissimo.
Ma è caccia aperta al capolavoro di domani anche nelle sezioni collaterali. Le Giornate degli autori appaiono vivacissime: si va da Accorsi arbitro corrotto e declassato a «La mia classe» di Gaglianone, in cui un maestro insegna l’italiano agli immigrati, dalla commedia «Tres bodas de màs», dove una ragazza viene invitata nel giro di un mese ai matrimoni di tre ex a «Kill your darlings» con l’ex Harry Potter Daniel Radcliffe nei panni addirittura di Ginsberg. Occhio anche ad «Orizzonti» dove, tra le molte altre cose, sbarca l’ultima dei Coppola - Gia, che sta per Giancarla, classe '87 -, ma anche un esordio feroce come «Piccola patria» e «Il terzo tempo», col rugby come riscatto sociale. Ma imprescindibili sono anche, fuori concorso, il nuovo capitolo di «Heimat», l’ormai mitica saga del tedesco Edgar Reitz e il nuovo film (con evirazione...) di Kim Ki-duk, che qui vinse l’anno passato.
Senza dimenticare i documentari sportivi sul dopato Armstrong e su Lenny Cooke, il ragazzo che al liceo era più forte di Le Bron James ma non giocò mai in Nba. A differenza di Venezia che disputa la partita dei grandi: sperando che a fil di sirena anche stavolta la palla entri nel cesto.

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