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La vita (agra) secondo "Joe" tra paternità e redenzione

La vita (agra) secondo "Joe" tra paternità e redenzione
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Filiberto Molossi

C'è l’America degradata di un’altra - grande - depressione, tra rifiuti umani che tradiscono il sangue del proprio sangue per 30 dollari (o trenta denari?), lavoro duro e nero, discariche di barche abbandonate, whisky bevuto a collo, cani che ringhiano e sbavano, bordelli di seconda e una memoria affilata come un coltello, in «Joe», film di sopravvissuti (al passato, al presente, a se stessi) dove si uccide anche per un sorso di vino: e c'è un cinema virile, che ci piace chiamare classico, sin troppo convenzionale certo, ma che dentro, tra una frase mozzata e un pieno di rabbia, ha comunque una bella amarezza, una disillusione fonda riscattata solo dalla voglia adolescente di credere che ci sia qualcosa di meglio, di più giusto. A Venezia, l’ultimo lavoro di David Gordon Green, versatile 38enne di Little Rock, che porta in concorso una pellicola per molti versi già vista ma efficace, ambientata in un’attualità orfana di padri che cerca un senso dove non c'è: narrazione tradizionale, ma facce giuste e contorno ruvido in un dramma su una genitorialità sublimata, giocato sull'incontro tra un quindicenne cresciuto in un deserto morale che non ha paura di sporcarsi, onestamente, le mani e il Joe del titolo, tosto e tormentato «cavaliere solitario» dal passato oscuro. Uno come Nicolas Cage, oltre 30 anni di cinema sul groppone, giacca blu e basette lunghe che lo fanno assomigliare (e neanche poco) a Paolo Sorrentino. Un divo dalla carriera che è un saliscendi peggio di Piazza Affari, uno che sta sempre sulla difensiva, risponde standard ma non ha paura di ammettere che «la crisi morale odierna dipende proprio dall’assenza dei padri, di figure di questo tipo. Sono convinto che la pace nel mondo parta dalla casa: è importante che un padre sia presente e si occupi dei suoi figli».
Felicissimo di avere lavorato con Green («avrei fatto quattro salti mortali anche nudo pur di recitare per lui: è uno come me, che non ha paura di mettersi in gioco»), Cage ha spiegato che di solito impiega «un anno a scegliere il copione giusto: questo mi andava bene al 100%». Interpretando Joe, imponente eppure fragile come gli alberi che avvelena per poi abbattere, l’attore ha cercato di «arrivare alla purezza del personaggio: non voglio dover recitare, significa essere falsi. Non dico che se devo sembrare ubriaco io beva davvero: ma che ruoti 4-5 volte su me stesso perché mi giri la testa sì». Con lui, nel film, il giovanissimo Tye Sheridan (che era già in «The tree of life») e una serie di interpreti non professionisti: come lo straordinario Gary Poulter (migliore in campo), morto durante il montaggio, preso dalla strada dopo una laurea in ingegneria e diversi schiaffi presi dalla vita. Ha conquistato anche Cage che a chi gli chiede se dopo 70 film e passa non sia stanco, risponde sorridendo: «Onestamente no, mi piace il mio lavoro, recitare è parte di me: e non mi vedo ancora a  bordo piscina con un drink in mano».

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