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Gilliam il visionario nel caos del futuro

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Filiberto Molossi

E' il classico film sbagliato, come certi goffi autogol al novantesimo, «The zero theorem», la pellicola con cui il visionario Terry Gilliam ha provato a rimettersi in carreggiata, scivolando invece sulla buccia di banana di una storia nata già vecchia, brutta e sconnessa copia di certi incubi già sviscerati dal regista nel cult «Brazil» trent'anni fa, dove si spingeva parecchio più avanti (e in profondità) rispetto a quest’ultima fatica che lo ha portato in concorso a Venezia.  A (ri)proporre una bizzarra e caotica idea di futuro non sostenibile, tra chiese di Batman redentore e saldi al 100%: una ridondante, moraleggiante e - quel che è peggio - noiosa metafora di una contemporaneità dove «il caos paga» e il vuoto scava dentro, presente fuori (e sotto) controllo in cui siamo tutti strumenti al servizio, consapevole o meno, di qualcosa o di qualcuno.
Frutto di un’immaginazione barocca e kitsch che si dibatte in qualche modo (poche location, niente follie digitali) con i paletti di un budget contenuto, «The zero theorem» racconta i tormenti di un travet informatico che  vive in una chiesa sconsacrata, si riferisce a se stesso col plurale nemmeno fosse la regina di Inghilterra, e aspetta una telefonata da Dio o giù di lì. Scrupoloso ma scontento dipendente di una multinazionale, gli viene affidato un compito impossibile: dimostrare il teorema zero, quello per cui nulla ha un senso...
Ancora l’individuo e il sistema, il big bang e l’anima, la rinuncia alla vita e i paradisi artificiali: rilucidato un campionario di cose già (molto) viste, tra eterni domandoni abusati e stoccate (assai morbide) alla modernità, il film di Gilliam assomiglia a un brutto party di carnevale, un mix poco avvincente di tecnologia superata e realtà virtuale a cui nemmeno il premio Oscar Christoph Waltz («Bastardi senza gloria», «Django»), poco a suo agio nei panni del protagonista assoluto, riesce a dare la scossa.
«Tom à la ferme»
Molto meglio, anche se non potrei dire che è la mia tazza di tè, «Tom à la ferme» del 24enne Xavier Dolan, ragazzo prodigio del cinema canadese scoperto a Cannes nel 2009: un sinistro thriller psicologico che guarda a Durenmatt (ma anche a «Cortesie per gli ospiti»), un incubo ad occhi aperti che riannoda il filo rosso di questa Mostra del cinema - la famiglia disfunzionale -, tra rapporti di forza, sindrome di Stoccolma e pulsioni omosessuali. Un film molto fisico (sangue di vitello, sudore, rabbia, campi di grano...) che porta il giovane pubblicitario Tom nel Québec più isolato e agricolo, al funerale del compagno morto in un incidente: la madre della vittima non sa però che il figlio era gay. Così, il fratello dello scomparso obbliga Tom a recitare una parte in un macabro gioco di ruolo di reciproca fascinazione e repulsione... Inizialmente nelle vesti di un dramma sul lutto con lampi quasi horror, il film di Dolan (anche attore protagonista) si concentra poi con decisione sul rapporto ambiguo che si instaura tra Tom e la famiglia del suo ragazzo, in un minaccioso crescendo dove non tutto (il finale, la musica a tratti invadente) fila liscio. Ma che dà la cifra di un autore giovanissimo su cui Bertolucci potrebbe decidere di scommettere. 

 VENEZIA: tutto sulla Mostra

 

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