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Verdi, il miracolo italiano

Verdi, il miracolo italiano
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LONDRA

DAL NOSTRO INVIATO
Luigi Alfieri
«Uno panino con cotoletta di pollo, uno croissant vuoto, una bottiglia di acqua». La signora cinese, minuta e timida, affronta il barista dell’aeroporto di Linate con difficoltà. Lui è un omone gentile, ma l’italiano è una linguaccia ostica per chi è abituato al mandarino e la signora è un po’ stralunata. «Otto euro», fa il barista, come per dire: «Poveretta, chissà se ce li avrà, otto euro». 
Allunga il sacchetto e la mano di Zhang Xian si sporge incerta e afferra il cartoccio. Zhang Xian, un'extracomunitaria, certo, ma – il barista non può sospettarlo - non una qualsiasi. E’ il direttore musicale  dell’Orchestra  sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Musicista di fama internazionale, prima donna in Italia a dirigere un’orchestra. Intorno a lei all'uscita  numero 9, un piccolo esercito di uomini in jeans e T-shirt e di donne dall’aria vagamente hippy.  Pantaloni strappati al ginocchio, magliette improponibili con stampate bottiglie di birra e bislacche scritte in inglese. 
Tra  i maschi molti capelli lunghi tirati a coda di cavallo o sciolti sulle spalle. Barbe incolte. Più John Lennon che Arturo Toscanini. Più un’armata Brancaleone che un’orchestra lanciata alla conquista del tempio della musica popolare inglese: la Royal Albert Hall. Un mito.  Un’arena da seimila posti, che se ne sta bella e altera nel cuore del cuore di Londra: South Kensington. Rotonda come un panettone, grande come una montagna, ricamata come un pizzo. Il sogno di chi fa musica; leggera o classica non importa.  L’orchestra Giuseppe Verdi è stata invitata qui. L’ospite si chiama British Broadcasting Corporation, la BBC. Tocca ai professori un po’ casual milanesi sventolare la bandiera di Giuseppe Verdi nel più popolare festival musicale inglese, i Proms della BBC, nell’anno del bicentenario. Un compito da svolgere in diretta televisiva e radiofonica mondiale, un compito da fare tremare le vene. L’orchestra festeggia i primi vent’anni di vita in questo 2013 e un successo a Londra potrebbe essere una nuova consacrazione; un fallimento, l’inizio della fine. Sono in gioco il buon nome di Verdi e della Verdi. Della musica e del talento artistico italiani. Serve un’impresa. 
Sull’aereo per Heathrow si parla di smartphone, di Apple, di Microsoft, di pensione, di contributi, qualcuno racconta improbabili avventure erotiche, come potrebbero farlo Benigni o il povero Troisi, mai un accenno al Cigno, alla musica, alla Royal Albert. Le risate ci sono ma tirate. Sotto la spavalderia c’è la tensione. Il maestro sgranocchia il panino alla cotoletta di pollo senza entusiasmo: chissà in che lingua sta ripassando gli spartiti di Jò Green... Chissà come si traducono in mandarino le emozioni di un uomo nato lungo il Po... Alla National Gallery c’è la mostra su «Jan Vermeer e la musica nei quadri della pittura Olandese del Seicento»: sono esposti gli strumenti d’epoca. I professori in T-shirt la snobbano. Ci va solo il direttore della Fondazione Verdi, Luigi Corbani, che ostenta calma e sicurezza molto british, anche se dentro deve provare le emozioni di un candidato padre in sala parto. Sarà maschio o femmina il concerto alla Royal? Non bastano le tinte pastello e le luci soffuse del maestro fiammingo a rallentare i suoi battiti cardiaci. 
Nel pomeriggio  le prove: Il cilindro della Albert Hall è veramente immenso. Voci e suoni debbono riempire spazi infiniti. Gli orchestrali indossano i soliti costumi: magliette a righe, jeans sdruciti, scarpe da ginnastica. Fanno foto coi telefonini e le lanciano su Facebook; scolaretti in gita. Poi arriva sul podio Zhang Xian. E’ un’altra donna. Con la bacchetta in mano è elegante come Roberto Baggio, determinata come Claudio Gentile, veloce come Paolo Rossi, che sono gli italiani più conosciuti dagli inservienti del teatro. Tutti gli sguardi sono su di lei, tutte le tensioni si sfogano nei suoi gesti, l’armata Brancaleone diventa un corpo unico, compatto. Una macchina perfetta, che produce note ed emozioni. 
La Zhang è dolce e spietata. Segue il complesso e i singoli senza perdere una battuta. «Rifacciamo la Ouu, ancora, più forte». «La 123, su la 123, forza». E la voce di Verdi riempie l’Arena. Ma non va bene: «123. Ancora. Ancora». Poi un urlo: «I cooorniii. I don’t hear the corni». «Come maestro? I corni? Ma noi stiamo suonando come al solito». «Non sento i corni». Panico. Poi i corni si spostano di mezzo metro. E la loro voce esplode. «Va bene, avanti!».  Quattro ore così. A provare e riprovare, coi cameramen della Bbc stravolti dalla fatica e bagnati di sudore. Tra due ore c’è il concerto: tutti in albergo. La sera è tiepida. Il cielo rosa. Da Hyde Park arriva un venticello leggero. Alle 19 la Royal Albert è piena in ogni ordine di posti. Sold out. Ci sono ottocento persone in piedi nell’arena. Cinquemila e duecento nei posti a sedere. Sono lì per Verdi e per la Verdi. Quando entra l’orchestra è difficile riconoscere i passeggeri del volo AZ 230 da Linate. 
Vecchi Frac e vestiti neri a caviglia parlano chiaro. Adesso non si scherza più. Adesso facciamo vedere cosa sanno fare gli italiani. Da Verdi in su. Si apre con la Forza del destino: applausi. Poi, i Vespri, Traviata, la Marcia trionfale dell'Aida. Ad ogni brano sempre più applausi, urla, fischi di gioia. Piedi che battono il pavimento.
 La Zhang è sicura, leggera, magnetica. L’orchestra è una macchina perfetta. I corni squillano marcando l’aria col loro suono. Gli archi sono i soliti archi della Verdi: insuperabili. La musica del Cigno è sempre la musica del Cigno. Va dritta al cuore senza fronzoli e quando il tenore Joseph Calleja chiude la «Donna è mobile», ultimo ruffianissimo brano della parte verdiana del concerto, scoppia il teatro. Un minuto di applausi, un altro ancora. Ancora urli. Batter di piedi. Spuntano le bandiere tricolori. Cinque minuti ancora di applausi. Un altro miracolo italiano. La Zhang - si vede bene - vorrebbe concedere i bis che vengono richiesti a gran voce, ma la diretta della BBC ha i suoi tempi. C’è da suonare Tchaikovsky. Gli applausi vanno avanti ancora. E ancora. Una festa. Altro che cotolette di pollo: Verdi e la Verdi offrono caviale e champagne. E tutto è cominciato a Busseto duecento anni fa. A due passi dal Po.

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