Spettacoli

I loggionisti visti da Bevilacqua

I loggionisti visti da Bevilacqua
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Anche lo scrittore parmigiano Alberto Bevilacqua (scomparso il mese scorso) ha lasciato una testimonianza sul loggione del nostro Teatro Regio. L’articolo, pubblicato sul «Messaggero» di Roma, è stato poi ripreso dalla «Gazzetta di Parma» il 21 febbraio 1963 e recuperato da Tiziano Marcheselli nel 2011 tra gli studi propedeutici al libro «Lassù in Loggione», che da giovedì scorso si trova in tutte le edicole in abbinamento esclusivo con la Gazzetta.

Un bicchiere di lambrusco o di malvasia, pochi ma tenaci ricordi di un Ducato tramontato da cent’anni eppure ancora vivo nell’aria della città, quel tanto di civile nostalgia necessario per tenere vivo in gola anche un solo filo di canto, un grande amore per l’umiltà: ecco il patrimonio di un vero «loggionista» di Parma. Potremmo aggiungere anche una straordinaria, proprio perché istintiva, preparazione sull’aneddotica verdiana e una sorda animazione barricadiera più volte esplosa in rivolta, ma lo spirito essenziale dei nostri personaggi sta soprattutto in quella civile aria ducale in cui cantano ancora le arie del Granduca.
Per questo i «loggionisti» a Parma sono un’istituzione, colorita, generosa, messa lì a salvaguardia di un amore che ormai si identifica con la città stessa: l’amore per l’opera lirica, per tenori e prime donne, per un teatro famoso - il «Regio» - e per una tradizione che si perde negli anni ma che è rimasta intatta, con tutta la sua poesia, nonostante quel convulso distruttore di miti che è il nostro tempo. Per cui, se oggi l’opera lirica sopravvive alle crisi, alla disattenzione, al disamore, lo si deve in parte proprio a loro: a quegli umili, ma tenaci, personaggi di solito senza soldi, che risparmiano un anno intero per potersi godere la stagione operistica, sia pure infilati in un freddo e scomodo loggione, conquistato dopo ore e ore di attesa davanti al botteghino. Quella del «loggionista» - dicono a Parma - è più di una semplice qualifica, è un’arte: un’arte che è diventata famosa in tutto il mondo e che, riducendosi soprattutto ad un’acutissima funzione di giudizio sui cantanti, ha fatto tremare più di un nome celebre.
In un recentissimo libro di memorie («Una voce nel mondo», edito da Longanesi nel 1962, ndr) Toti Dal Monte afferma che i «loggionisti» di Parma sono i più straordinari intenditori di opera lirica che il mondo conosca, da paragonarsi - come passione, come dedizione e capacità di poetizzare un giudizio - agli intenditori spagnoli della corrida. E il parere di Toti Dal Monte non è isolato, a questo riguardo. L’anno scorso, quando intorno al «Teatro Regio» di Parma e alla sua stagione operistica (1961-62, ndr) si scatenò una polemica che coinvolse una certa opinione pubblica nazionale, per non dire europea, i giornali americani scrissero, concordi, frasi come questa: «In una polemica che vede impegnati i “loggionisti” di Parma, noi non possiamo stare che dalla parte dei “loggionisti”, non si discute... Essi sono ben più di un clan, sono una bandiera...». Definizione enfatica, ma che rispecchia un rispetto e una stima che i nostri estrosi personaggi hanno saputo guadagnarsi in ogni Paese in cui l’opera lirica e i cantanti più celebri riescono ancora a sollevare entusiasmi.
Ma perché stiamo parlando dei «loggionisti» di Parma? Lo spunto - molto appassionato e molto nostalgico - ce lo hanno fornito due circostanze vive, simpatiche. Per la prima volta nella loro storia colorita e gagliarda, i «loggionisti», quest’anno (gennaio 1963, ndr), hanno potuto assistere a due opere nuove, nate al di fuori di una antica tradizione fatta di zimarre, di pire incendiate, di amori straripanti e lacrimosi, sentimenti ormai passati agli archivi della melodrammaticità, e, cioè, a «Uno sguardo dal ponte» di Renzo Rossellini e ad «Emiral» di Bruno Barilli. C’era molta attesa, negli ambienti vicini al mondo operistico internazionale, sul come i «loggionisti», questi celebri e agguerriti censori, avrebbero accolto le novità, così fresche e così imprevedibili.
E l’attesa non era legata soltanto ad un fatto limitato ad un teatro provinciale, ad un pubblico di una piccola città civile, ma invece ad un interrogativo assai più generale ed importante. Le reazioni dei «loggionisti», infatti, sarebbero servite come una cartina al tornasole per stabilire, abbastanza definitivamente, con quale animo la parte più semplice, schietta ed istintiva di un certo pubblico può oggi reagire alle innovazioni, in chiave moderna, dei nostri maggiori autori contemporanei. I «loggionisti», insomma, erano chiamati a fungere da giurìa, da élite giudicante. Senza preconcetti, con una curiosità limpida e felice, in nulla dissimile da quella che aveva accompagnato i lori padri e i loro nonni alle prime verdiane, essi fecero la fila nella fredda nebbia padana, con le loro tradizionali patate fritte infilate nelle tasche e attesero. Poi, saliti lassù, a sfiorare quasi gli stucchi del soffitto, cominciarono ad assimilarsi in silenzio personaggi nuovi, il nuovo meccanismo dinamico della scena e, soprattutto, la poesia di un canto ancora vergine per i loro orecchi. Un’attesa, una passione, una fiducia che fecero tremare di ansia i critici e gli intenditori, prima della felice scoperta, della constatazione che i «loggionisti» reagivano bene e si stavano appassionando, commuovendo. Risultato: un successo, un successo, ripetiamo, la cui importanza va molto al di là di annotazione di cronaca fine a se stessa, per coinvolgere un costume e un atteggiamento psicologico generali.
«Uno sguardo dal ponte» fu la prima opera ad avere successo e proprio il suo autore, toccato dalla simpatia di coloro che lo avevano giudicato in virtù del loro cuore e del loro sangue, su questa stessa pagina annotava la sua gratitudine verso quei poetici personaggi fuori dal tempo, romantici ma veri, ancora attuali, e verso una città dove l’opera lirica tante volte ha toccato i suoi punti più alti di popolarità, dove tante volte è risorta da momentanee crisi.
Rossellini parlava di quei personaggi noti in tutto il mondo e del loro ambiente e io rivedevo gli anni della mia giovinezza passata in mezzo a loro. Rivedevo i «loggionisti» prendere il treno per portare violette sulla tomba di Maria Luigia (proprio come se fosse morta ieri, questa principessa bizzarra e lieta, proprio come se fosse ieri che, per i borghi della città, si distribuivano «cento venti razioni di pane, frumaggio e vino - come dicono le cronache - affinché i poveri, appena finito di sfamarsi, accettassero di gridare in giro “Evviva Napoleone!”»).
Maria Luigia, i «loggionisti», l’amano ancora come se fosse una delle loro ragazze, intense, dolcissime, e nelle case si parla di lei come se invece di automobili e di autobus, per le strade passassero ancora carrozze. Infatti, che importanza ha il tempo, quando sul palcoscenico del teatro i personaggi si susseguono identici nei loro costumi, nei loro colori, nelle loro infelici passioni?
I «loggionisti» si tramandano come reliquie gli scialli che Maria Luigia regalava alle più graziose delle sue suddite e intanto si riuniscono in locali dove i cantanti più celebri del mondo entrano con il religioso rispetto con il quale si può entrare in un tempio (e quando il cantante è restio a questo tradizionale atto di omaggio, i «loggionisti» sono disposti a fargli spietata guerra, come fecero a Tamagno, che vide la finestra della sua camera d’albergo raggiunta da un gruppo di scalmanati assetati di vendetta, inerpicatisi nientemeno che per la facciata dell’edificio...). E poi ci sono le battute, a volte terribili, pronunciate in tanti anni di loggione e annotate da solerti e anonimi cronisti in raccolte in cui la poesia e il divertimento si sprecano. Perché il «loggionista» - ecco una delle sue caratteristiche più temute dagli interpreti - non si limita ad ascoltare, ma ritiene che, nel prezzo del biglietto, sia compreso anche il preciso diritto di dialogare con il cantante quando, ovviamente, il suo canto lascia talmente a desiderare da giustificare un simile dialogo. Alberto Bevilacqua

 

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