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Dylan, il soffio del vecchio leone

Dylan, il soffio del vecchio leone
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Aldo Tagliaferro

Bob Dylan è un bizzarro signore impegnato - a 73 anni - a gestire un fardello abbastanza scomodo: la leggenda di sé stesso. E il fardello pesa, perché dentro quel vaso di Pandora c'è di tutto: la coscienza di una generazione, una perenne candidatura al Nobel, un attore, regista, pensatore, pittore, un beatnik e un santone, un divo e un antidivo, più di ogni altra cosa il cantautore che sta scrivendo da mezzo secolo la nostra colonna sonora.
Il lavoro non manca: l'industria Dylan marcia a gonfie vele, a dispetto della morte del mercato discografico (alle leggende accade anche questo). Domani in tutto il mondo uscirà la madre di tutti cofanetti, 47 album e un volume di 268 pagine. Si intitola “The complete album collection”, e fin qui nulla da dire. Dove Dylan ti spiazza è nel sottotitolo, “Volume 1”! Perché 47 album fra studio, live e out-takes non esauriscono le scorribande dylaniane: fra un po' toccherà al “Volume 2”, ovvero la raccolta della “Bootleg Series” che da vent'anni raccoglie inediti, live e scarti spesso migliori degli originali. Perché Dylan è così: ti prende in contropiede. E' sempre un passo più avanti, oppure più indietro, ma mai dove te lo aspetti.
Nemmeno sul palco: già, perché il signor Dylan - dicevamo - si diverte a portare in giro per il mondo la leggenda, che dal 1988 è impegnata - fra il rigore filologico e la beffa - nel “Never Ending Tour”. Sabato sera agli Arcimboldi di Milano, sold out con prezzi da prima della Scala, è tornato in Italia, dove resterà fino a venerdì con sei date fra Milano (stasera l'ultima), Roma e Padova venerdì.
E quando il popolo dylaniano, convenuto agli Arcimboldi come a un rito mandato a memoria, in cui officiante e fedeli conoscono ogni passo, è già pronto per la scaletta arcinota scaricata dal sito di Dylan, il signor Bob lo frega. Tre annunci per vietare foto e registrazioni nel 2013 fanno ridere: qualsiasi concerto è rivedibile il giorno dopo su youtube da ogni angolazione. Tutti hanno l'iPhone tra le mani, figurarsi se non si fanno foto... Ma il signor Dylan è un passo più avanti. Nell'ombra. Concerto al buio, tipo night club, nemmeno uno straccio di spotlight sul palco, e l'atmosfera rarefatta costringe a mettere via lo smartphone e aprire bene le orecchie. E' un raffinato capolavoro: una metonimia sensoriale che annulla la visione dell'artista. Impegnato da decenni a tenere nascosta la «persona», assediata fin dagli anni '60 al punto che i fans andavano ad aprirgli la spazzatura, oggi Dylan toglie alla vista anche il «personaggio».
Poco importa che canti come Tom Waits con l'asma caduto in tombino. Con quella voce ci convive lui e ci convivono i  fedeli, anche perché al buio l'artista pesca nel profondo dell'anima e ti inchioda sulla sedia fin dal primo brano, Things Have Changed, pluripremiata colonna sonora del film Wonder Boys. Dylan graffia i testi, si impadronisce dell'oscurità. E da lì è il padrone assoluto, diviso tra microfono, piano e parecchia armonica.
C'è un album più o meno nuovo (Tempset è del settembre 2012) da cui lucidare perle purissime, come Duquesne Whistle o Scarlet Town, c'è la necessità di fare i conti con sé stesso interrogandosi sul proprio valore in What Good Am I? (da Oh Mercy, bel lavoro del 1989). C'è da levigare qualche pepita preziosa (Tangled Up in Blue, Simple Twist of Fate) al punto da non riconoscerla: tanto la versione originale la sanno tutti e prima o poi ci arrivano. C'è il tempo di divertirsi con il sound tutto americano di High Water (for Charlie Patton) dove le mani fatate di Charlie Sexton si esaltano sulla chitarra. Una band fedele e collaudata, abituata a tramare nell'ombra come ladri di note coi guanti bianchi (sontuoso Donnie Herron  che, come Otto e Barnelli, passa dal banjo al violino) sostiene Dylan in una commovente Love Sick.
Poi ti arriva fra capo e collo Desolation Row - mai suonata prima in questo tour - una cavalcata di poesia tra le macerie del degrado umano. Correva l'anno 1965, album Highway 61 Revisited. Dylan era già una leggenda. Figuratevi adesso.

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