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Cinema recensioni - Mettete il film nei vostri cannoni

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di Filiberto Molossi

«Ci sarà una soluzione». «Tremila anni e nessuno l’ha trovata…». «Forse è il momento di farlo». Mettete dei film nei vostri cannoni. Sarebbe buffo, se non fosse tragico: eppure è così. Là dove, nella realtà, la follia dei razzi e dei raid, dei proclami e delle rappresaglie, azzera e polverizza il senso stesso delle domande, tocca al cinema, camminando sul filo teso del paradosso, cercare le risposte. E svelare, osservandola nella sua nuda miseria, la faccia spigolosa dell’assurdo, meglio di quanto possano fare mille telegiornali masticati all’ora di pranzo o la conta, buona più per le statistiche che per le lacrime, dei morti. Mentre l’inferno insanguina e divora la Striscia di Gaza, un piccolo film, intelligente e toccante nella sua (per nulla banale) semplicità, diventa l’apologo emblematico del sonno della ragione, tentando - in una terra più martoriata che santa, ovunque divisa e segnata, come fossero cicatrici sull’anima, da confini, recinti, reti e barriere -, di aprire nei muri invalicabili della coscienza la breccia della comprensione, il varco utopistico del confronto, del reciproco rispetto. Premio del pubblico al Festival di Berlino, «Il giardino di limoni», diretto da Eran Riklis, uno dei più autorevoli registi israeliani, racconta, con stile lineare e umanista, la storia (quasi vera) di Salma (l’intensa Hiam Abbass, già apprezzata ne «L’ospite inatteso»), una vedova della Cisgiordania il cui unico passatempo è coltivare i suoi limoni.

Quando però il nuovo ministro della Difesa israeliano va a abitare di fronte a casa sua, Gerusalemme le fa sapere che quello splendido frutteto verrà distrutto per «motivi di sicurezza»… La donna però non ci sta: e con l’aiuto di un giovane avvocato comincia una coraggiosa battaglia legale. Nell’orgogliosa e ostinata (e sacrosanta) difesa della propria memoria e identità, un film che si arrampica sul filo spinato dell’anima spezzata di una convivenza mai civile per cogliere la parabola - amara come il succo del limone - del conflitto infinito di un’umanità sradicata, prigioniera degli stessi muri che costruisce, delle medesime paure che alimenta. In un mondo capovolto, dove anche un inoffensivo frutteto può improvvisamente diventare «territorio ostile», Riklis, consapevole che le battaglie impossibili sono le uniche che vale davvero la pena di combattere, va però oltre la sfida, tutta dignità e buon senso, di Davide a Golia, per cogliere, in punta di fioretto, la solitudine parallela e la silenziosa complicità di due donne (da una parte Salma, dall’altra la moglie del ministro) che, tra paura della propria femminilità e ragion di Stato, incrociano gli sguardi oltre le finestre, le tende e le barriere linguistiche (ulteriori steccati, recinzioni e cancellate di quell’assurdo quotidiano), stanche di dovere recitare ancora la parte che è stata loro assegnata nella grande recita di un universo maschilista, per lo più ipocrita e prevaricatore.

E proprio in quel contatto negato, in quella vicinanza in cui specchiare il proprio disagio in quello dell’altra, in quel capirsi e riconoscersi totalmente senza dire niente, la metafora de «Il giardino di limoni» si fa allo stesso tempo più sottile e più concreta, nella certezza che né un film né gli uomini potranno mai cambiare il mondo. Ma le donne - forse - sì.

Giudizio: ****

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