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Il rock dei Negrita "vestito a nuovo" nel salotto buono

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 Francesco Monaco

 Nel loro continuo rotolare (non solo verso Sud, ma in tutte le direzioni), i Negrita hanno portato spesso il loro rock tra Parma e provincia, passando attraverso tutte le location d'ordinanza: dal concerto in piazza per il 25 Aprile (era il 2005 e c'erano anche i Negramaro) al PalaRaschi, dal Festival del Prosciutto di Langhirano al Rock Industries di Fornovo, senza dimenticare la loro preziosa presenza a Felegara in occasione di un'iniziativa a favore di Amref, di cui la band aretina è testimonial.
Ora tocca al salotto buono, venerdì sera al Regio, e i Negrita si rifanno il guardaroba: in senso metaforico (canzoni riarrangiate per il set semi-acustico, come nel doppio «Dèja-Vu») ma anche squisitamente pratico, visto che di recente, dal furgone che avevano noleggiato all'aeroporto di Fiumicino per coprire alcune tappe a sud di Roma, i soliti ignoti hanno trafugato le loro valigie portandosi via - tra le altre cose - anche gli abiti di scena.
«Ce li siamo già ricomprati - assicura Pau, schietto e diretto nelle interviste come sul palco, nel liquidare il contrattempo ridendoci sopra - anzi, saremo ancora più eleganti visto che, dovendolo fare, ci siamo dati allo shopping più selvaggio. Peggio delle nostre mogli».
Siete una band tanto generosa quanto professionale, e dal vivo onorate sempre la maglia. Ma tra un palco di provincia e il boccascena di un teatro come il Regio una certa differenza ci sarà.
«E' ovvio - ammette Pau - che quando vai a calpestare uno spazio fatto di cultura e di storia qual è un teatro all'italiana, tra l'altro quello di Parma è tra i più importanti d'Italia, devi portargli un certo rispetto. Ma detto questo, suonare nei teatri ci permette di offrire un concerto più confidenziale nei confronti del pubblico, con scenografia rarefatta, tappeti, lampade».
Suonare unplugged cosa significa per voi? La tournée nei teatri è da tempo una tappa obbligata per tutte le rockband.
«Sì ma noi l'abbiamo sempre fatto, non è che stiamo seguendo una tendenza o peggio una moda. Le radici della nostra cultura musicale affondano nel rock anglo-americano, dove l'unplugged è una pratica diffusissima da sempre. E anche per noi, che abbiamo un sound piuttosto 'muscoloso', è l'occasione per dare una bella spolverata alla nostra storia. Certi artisti, quando vanno in teatro, si limitano a cambiare strumento. Noi stravolgiamo le nostre canzoni».
Quali sono quelle che, almeno stando alla reazione dei fan,  funzionano meglio in questa veste?
«In questa seconda tranche del tour  direi 'Il libro in una mano, la bomba nell'altra', davvero minimale, e 'Malavida en Buenos Aires', che da pezzo latin-punk diventa quasi swing-manouche. Il pubblico sulle prime resta piuttosto sconcertato, poi apprezza».
Tra l'altro il concerto nei teatri è come San Giovanni che scopre gli inganni...
 «Diciamo che si vede chi ha il manico e chi no. I suoni sono più scarni, se sbagli si sente subito. Ma, una volta appurato che sappiamo suonare (ridacchia, ndr), si tratta appunto di riuscire a gestire al meglio il cambio di sonorità e di avere l'attitudine giusta. In teatro, poi, ci piace 'giocare' con tutto l'ambiente, i pieni e i vuoti, il buio e la luce».
Bob Dylan agli Arcimboldi, ha fatto spegnere tutte le luci durante il concerto.
«Sembra un'aberrazione, ma Bob Dylan non si discute mai. Ce ne vorrebbero 10, 100, 1000».
Sia lui che i Rolling Stones, cui dovete il vostro nome, sono splendidamente sulla breccia a 70 anni strasuonati. Ve lo aspettavate 20 anni fa quando avete iniziato come Negrita?
«Onestamente no. Pensavo che gli Stones non sarebbero andati oltre gli anni Novanta. Ma non a caso sono amici di Dylan, la loro è una generazione di ferro. Se penso a quei 4 o 5 'fenomeni' (lui in realtà dice 'stronzetti', ndr) che girano adesso nelle radio...».
Par di capire che la scena attuale non ti entusiasma.
«Vedi tu: musicalmente noi siamo cresciuti come bambini viziati, in casa nostra giravano i vinili dei Kinks, degli Who, dei Creedence. Poi quando abbiamo iniziato a suonare, negli anni 80, ci siamo innamorati dei Police e dei Clash. E quando siamo diventati una band  professionista, spopolavano gli U2 e il grunge-rock di Seattle. Ora non vedo niente di simile. A parte qualche caso isolato, c'è calma piatta».
In Italia manco a parlarne.
 «E' una questione culturale, non si riesce a uscire da questa logica della melodia nazionalpopolare tipica dei paesi latini, soprattutto Italia e Spagna. Proprio non è nel nostro dna. In Francia è già diverso, forse perchè là si sentono più vicini agli  anglosassoni. Ma è anche una questione di strutture e di approccio culturale. Noi abbiamo una Cancellieri che si preoccupa della Ligresti, in Francia già 10-15 anni fa un ministro pensava a come supportare Manu Chao».
L'Emilia, come un po' la vostra Toscana, è l'unico baluardo?
«E' una terra cui dobbiamo molto, specie l'area tra Parma e Modena. Negli anni Novanta ci ha praticamente adottato. Ricordo partite di calcio interminabili con i Nomadi, i ClanDestino di Ligabue o la band di Vasco. E un gran concerto al Fuori Orario: è vicino a Parma, giusto?»
Sì, ma in provincia di Reggio, subito dopo il confine.
«Ecco, mi sembrava: è la vostra Tijuana». 

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