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"I vespri siciliani" d'oggi

"I vespri siciliani" d'oggi
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Gian Paolo Minardi   

Dal centocinquantenario al bicentenario: è il cammino di quei «Vespri siciliani» andati in scena a Torino nel 2011 per inaugurare le celebrazioni dell’unità d’Italia che ora vengono ripresi da alcuni teatri emiliani in occasione dell’anno verdiano. 
Intendimento celebrativo che il regista Davide Livermore aveva intrapreso con l’entusiasmo che guida la sua creatività lungo itinerari iperbolici, sempre approdanti ad una presa di coscienza dell’oggi, operazione che se funziona su terreni in cui il gioco musicale è spinto verso una sublimante astrazione, come nella recente rivisitazione pesarese dell’«Italiana in Algeri», risulta decisamente più impegnativa per i «Vespri siciliani», l’ultima opera ufficialmente ‘patriottica’ di Verdi, sempre ad intendere il patriottismo in termini di moralità intrinseca del dramma - dove come nei «Vespri» la tematica privata, il rapporto padre figlio centrale nella poetica verdiana si intreccia confusamente con la passione pubblica - piuttosto che secondo richiami più esteriori; quelli, appunto, che sembrano aver sollecitato gli estri del regista torinese partendo dall’idea di una trasposizione tra le condizioni di una Sicilia duecentesca oppressa dall’invasione francese e quella di oggi, attraversata da drammi ancora urticanti, il tutto dominato dalla cappa mediatica cui siamo condannati.
 Ecco allora nell’antefatto il funerale di stato di Federigo d’Austria, fratello della principessa Elena, evocato con la ritualità che la televisione ci propone troppo spesso, Elena che al microfono sembra ricalcare le parole di sdegno della vedova Schifani al funerale di Falcone; poi l’arrivo di Monforte in auto blu, e ancora Procida che riapprodato nella sua Palermo intona la sua aria commossa su un fondale tragico, una ‘terra adorata’ che è rappresentata dallo svincolo autostradale di Capaci, con le automobili dilaniate che rimangono come angosciante ‘memento’. E poi tante cose ancora: richiami espliciti come gli interni, quelli del palazzo di giustizia palermitano, o il terzo atto che si chiude nel parlamento italiano, mentre sullo sfondo, come un gigantesco teleschermo, scorrono freneticamente immagini degli ultimi decenni, memorie fugaci di cronaca, spot pubblicitari, personaggi. 
Televisione che diventa il ‘medium’ del modo di rievocare, nella volgarità delle danze che rimandano agli insopportabili spettacoli del sabato sera, come nella banalità dei vari appuntamenti scanditi dalla settimana televisiva, fiction, Ballarò e quant’altro, fino all’atto conclusivo, col matrimonio di Elena e Arrigo gestito in studio come spettacolo, tra ballerine e comparse screanzate, per ritornare, nel finale, al parlamento mentre sullo sfondo viene scandito l’articolo 1 della Costituzione.
 Ormai la vicenda dei «Vespri» sembra lontanissima, risucchiata dal frenetico gioco parodistico sprigionato dalla incontenibile bulimia di Livermore, lasciandoci dubbiosi lungo il talora imbarazzante gioco provocatorio se di quella banalità mediatica che il regista indica come chiave di lettura del nostro tempo lui stesso non sia rimasto schiavo. Interrogativo evidenziato dalla modestia del riscontro musicale che ha caratterizzato questa ripresa, una direzione quella di Stefano Ranzani alla guida della Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna segnata dai tratti di una consumata ‘routine’, la compagine un po’ troppo rilassata, con il chiacchiericcio disinvolto degli strumentini, il coro tendenzialmente sopra le righe, per non dire del grigiore e le asprezze di un cast dal quale si poteva cogliere solo la luce, sia pur attenuata, di Sofia Soloviy nel ruolo di Elena. Successo travolgente.     
 

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