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L'intervista al cantautore: "Tutto è fonte di ispirazione"

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Benchè l'artista romano si sia più volte esibito nella nostra città (negli ultimi anni anche in occasione del 25 aprile in piazza Garibaldi e per l'inaugurazione di «E'grand'Estate» nel Cortile della Pilotta), lo show di «Left & Right» si annuncia come un concerto elettroacustico di grande atmosfera, tra fisarmoniche, mandolini e steel guitar, diverso dagli ultimi show piuttosto rock. Di seguito proponiamo un estratto dell’intervista a De Gregori realizzata da Renato Nicolini, l'ex assessore noto per aver ideato l’Estate Romana, contenuta per intero nel dvd in vendita in formato cofanetto insieme al cd audio Left & Right.

Leggendo e ascoltando i testi delle tue canzoni viene da chiedersi quanto autobiografici siano, quanto della tua vita privata e intima ci sia.

«Io credo che gli artisti, anche quelli che si sforzano di produrre del materiale oggettivo, mettano sempre dentro il proprio lavoro, la propria autobiografia, anche involontariamente. Non esiste l’oggettività per l’artista. Quindi la pretesa di scappare dalle cose che ti sono accadute è un po’ una pretesa inutile dal mio punto di vista. È anche vero che comunque non è giusto nemmeno cercare la puntualizzazione biografica, cronachistica “di chi parla questa canzone, in che anno si svolgono i fatti narrati”, si può trascendere da tutto questo, mescolare la biografia alla sensibilità, e mescolare a volte varie biografie insieme, varie persone insieme, vari anni insieme. Ecco, quindi l’autobiografia non viene quindi ne’ esposta in maniera da “gossip” ne’ elusa. Diciamo che nel mio lavoro comunque non è mai stata elusa nemmeno in canzoni più apparentemente definibili come…”civili”. Anche in una canzone come “W l’Italia” c’è molta della mia autobiografia, se non altro perché parla del paese dove sono nato e in cui vivo».

Una delle maggiori curiosità di ogni fan, ma soprattutto dei tuoi, vista la natura e il genere di canzoni che scrivi, è sapere come scrivi le canzoni, se le scrivi di giorno o di notte, se prima pensi le parole o primi trovi la musica, se ci sono delle regole che segui.

«Mah… io ho cambiato un po’ il modo di scrivere perché quando ero più giovane scrivevo con molta più facilità, e quindi scrivevo di getto. Scrivevo poco ma scrivevo di getto. Magari scrivevo 4 canzoni, 5 canzoni in un anno, però quelle canzoni le scrivevo in un pomeriggio. Adesso no, non è più così, le scrivo in maniera, più meditata se vuoi, o se vuoi più anarchica. Raccolgo delle frasi di testo e le scrivo su un bigliettino, e le metto da una parte, però continuano a stare nella testa. Sono sul bigliettino, però io ce l’ho. Poi arriva il momento in cui tutte queste cose prendono forma, di solito davanti al piano o davanti alla chitarra. Mi rendo conto che può sembrare che non voglio spiegare alla gente come si scrivono le canzoni. Lo farei se potessi, ma non lo so. Ci vuole una certa disciplina, ci vuole, come dire, una certa auto-censura. Nel senso che quando stai scrivendo male una cosa ne devi essere consapevole e smettere. Non devi avere fretta e devi immaginarti sempre che qualcuno ti stia a sentire quando la canterai e devi chiederti se questo qualcuno a un certo punto si alza e se ne va oppure dirà “ fammela risentire”. Ecco, se succede la seconda cosa, allora vuol dire che stai sulla buona strada».

E parlando delle tue ispirazioni, da dove trai i tuoi spunti, cosa ti influenza e ti suggerisce il testo delle tue canzoni?

«O uno gira veramente col bloc notes, ma io non mi ci ritrovo insomma, in questa cosa, oppure prende spunto da una frase, da un suono, da una faccia, insomma gli input non sono necessariamente solo letterari o musicali, sono anche olfattivi, sono anche cromatici. Insomma spesso un’ispirazione viene anche dalla ricerca di un suono, capito? Senti un suono che pensi che possa aiutarti ad essere messo sul disco insomma. Oppure non hai niente di meglio da fare e allora, non ti va di leggere, non ti va di guardare la televisione, non ti va di uscire e allora dici “bè, lavoriamo!” banalmente è anche questo, è anche “lavoriamo!”».

Tu fai concerti da tantissimo tempo, il pubblico non ti ha mai abbandonato, anche se negli ultimi anni è cambiato. Che pubblico vedi quando si apre il sipario? Quanto ti interessa sapere chi ti ascolta, tentare di entrare in contatto con il pubblico anche tenendo conto della sua particolarità?

«Io cerco di non immaginarmi che pubblico ho davanti, perché voler individuare un tipo di pubblico rispetto a un altro, per esempio l’età, sono giovani, non sono giovani?… a volte ti dicono prima che si apra il sipario “è pieno di ragazzini” come se fosse poi questo un complimento alla mia longevità artistica. Io non condivido questo, preferisco che il pubblico sia per me comunque un oggetto misterioso, per lo meno nel momento in cui ce l’ho davanti e si crea questo scambio. Quindi no, non cerco di decifrare il mio pubblico, sono io l’oggetto del decifrare. Mi pongo in questa condizione, la vivo con gioia, a volte con sofferenza naturalmente, ma la vivo in piena responsabilità. Detto questo poi io amo molto il mio pubblico, mi succede a volte anche di incontrarlo fuori dal teatro, quando esco, allora vedo che questi così… mi vorrebbero salutare. A volte ci riescono anche, dipende un po’ dal mio umore, a volte io sono anche un po’, come dire, fuggitivo, per reticenza, riservatezza o timidezza o che.. e poi mi tocca magari la sera in albergo pentirmi dico “Vedi quello lì gli potevo dire di sì, voleva farsi la foto e gli ho detto di no, mi dispiace”. Però trovo che debbano esserci questi due piani, da una parte l’artista che sta sul palco, dall’altra il pubblico che sta in platea»

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