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Il personaggio

L'arbitro Magnani, da Roccabianca alla finale mondiale del softball

L'arbitro Magnani, da Roccabianca alla finale mondiale del softball

Gianluca Magnani

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Nel softball il parmigiano Gianluca Magnani è il miglior arbitro al mondo. E anche se lui, quando sente questa definizione, un po' si schermisce perché la modestia fa parte del suo dna, pure è innegabile che questo riconoscimento gli spetti di diritto dopo avere diretto a casa base in Canada la finale del campionato mondiale vinta dagli Stati Uniti sul Giappone per 7-3.

Ancor più, se si considera che in passato Magnani aveva già fatto parte della «crew» arbitrale per altre finali mondiali; che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino; e soprattutto, che il giorno prima aveva già diretto la semifinale tra le stesse due squadre.

«Anch'io sono rimasto sorpreso quando mi hanno designato per la finale...»

Ammetterà, Magnani, che non è un fatto tanto usuale.

«Ne ho parlato con i designatori. Mi hanno risposto “perché in semifinale sei stato costante nella qualità delle chiamate, cioè nel giudicare i ball e gli strike. Sei una sicurezza, perché dovremmo cambiare?” Un bel riconoscimento».

Emozionato dietro casa base nella finale?

«Ne avevo già diretto una al mondiale di Pechino 2006, ma allora l'avevo vissuta quasi in apnea. Quasi senza rendermi conto di che razza di partita era. Questa invece me la sono goduta tutta: per le squadre, per il livello tecnico, per il contorno, per lo stadio pieno. Più passavano gli innings, più mi rendevo conto di essere l'arbitro a casa base di una finale mondiale».

Tra l'altro spettacolare...

«La nona in battuta di tutte e due le squadre sarebbe la straniera dominante nel nostro campionato».

E lei come pensa di avere diretto?

«In tutta la partita una sola volta il manager del Giappone mi ha chiesto spiegazioni su un colpito».

Il suo segreto?

«La concentrazione. Tutto bello prima: la cerimonia, la sfilata, il pubblico. Ma al play-ball c'eravamo solamente io, i miei colleghi, le due squadre. Stop».

E nel tempo libero?

«E chi l'aveva, con 22 partite in 10 giorni?».

Che ricordo si porta a casa di questi mondiali?

«Soprattutto il rapporto e l'amicizia con gli altri arbitri. Abbiamo creato una squadra vincente».

E si dirige una finale anche grazie alla sua compagna.

«Io e Silvia Bonelli abbiamo una bambina di sette mesi e mezzo, Celeste. Mi dispiaceva lasciarle sole per una ventina di giorni. Ma Silvia mi ha detto “vai. Primo, perché so quanto ci tieni; secondo, perchè se resti a casa penseresti solo al mondiale perso e saresti intrattabile”. Sì, se ho diretto la finale mondiale è anche merito suo».

Ma come si arriva a dirigere una finale mondiale?

«Sarà anche retorica, ma la spiegazione valida è sempre e soltanto quella: il sacrificio. I sabati e le domeniche te le puoi scordare».

Quando ha pensato di diventare arbitro?

«A sedici anni. Frequentavo il liceo Ulivi, prendevo la corriera da Roccabianca per andare a vedere la World Vision al sabato pomeriggio. Quante volte mio padre è venuto a prendermi perché la partita era finita agli extrainnings e io avevo perso la corriera. Bene, tre miei compagni di liceo decidono di iscriversi a un corso per arbitri e convincono anche me. Io ero titubante: pensavo a come l'avrebbe presa mio padre, e invece lui mi ha sempre portato alle lezioni in via Repubblica, dove c'era la vecchia sede del Coni».

Il corso dev'esserle piaciuto, vista poi la sua carriera.

«Mi ha entusiasmato subito fare l'arbitro».

Il suo istruttore?

«Corrado Dall'Aglio. Mi ha instradato».

Altri punti di riferimento?

«Mi ha aiutato molto Giancarlo Carbognani, che ha diretto anche nella serie A di baseball negli anni Settanta. Mi diceva: “devi sapere tutto. Se non lo sai, non sei pronto”. Quando andavamo insieme alle partite, mi interrogava sul regolamento».

Una grande lezione di vita.

«Come quelle di Carlo Ottaviani. Mi ha insegnato come si arbitra ad alto livello».

Quando c'è arrivato?

«Nel '95, l'8 luglio, Bussolengo-Malnate: in base in gara 1 finita 6-1, a capo in gara 2 finita 7-0 sempre per le veronesi».

Se le ricorda bene...

«Potrei descriverle ogni lancio. Si realizzava il mio sogno: arbitrare in serie A».

Ma perché arbitro di softball?

«Perchè dal punto di vista di un arbitro è uno sport più veloce e dinamico».

Quando diventa arbitro mondiale?

«Nel 2000».

Cosa ha imparato nelle prime partite?

«Che a livello mondiale va tutto a una velocità dieci volte superiore».

A grandi linee la sua carriera.

«Canada Cup a Vancouver nel 2002. Mondiale nel 2006 a Pechino: dirigo a casa base la finale tra Usa e Giappone. Olimpiadi nel 2008 a Pechino. Dirigo la finale per il bronzo fra Giappone e Australia: finisce 5-4 al dodicesimo dopo 3 ore e 23 minuti. Poi il mondiale di softball maschile nel 2009 in Canada e il mondiale del 2012 a Whitehouse, nello Yukon in Canada. E il mondiale del 2014 in Olanda: dirigo in prima
la finale tra Usa e Giappone».

Olimpiadi: indimenticabili?

«E' come essere in paradiso. Quando sono tornato mi sono fatto tatuare il simbolo dei Giochi».

In Isl quattro arbitri parmigiani.

«Io, Pelosi, Soliani e Pinto. Siamo vincenti perché abbiamo sempre voglia di imparare».

Da Roccabianca alla finale mondiale.

«Sono orgoglioso di essere nato a Roccabianca. E' il mio punto di riferimento. Gli amici, il bar, la piazza. Qui il tempo si è fermato ai tempi di Guareschi. Quando torno, mi ricorda da dove sono partito. E a conservare quell'umiltà che deve essere dentro ogni arbitro».

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