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Quella scelta del 1985. Che incide ancora

Un libro di Giulio Ferrarini riletto 30 anni dopo

copertina libro "Una scelta", di Giulio Ferrarini
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La notizia della morte di Giulio Ferrarini, nei giorni scorsi, ha richiamato un periodo fondamentale nella storia politica di Parma: la svolta che nel 1985 portò alla prima giunta comunale di pentapartito, dopo mezzo secolo di governi locali socialcomunisti. Proprio Ferrarini raccolse in un libretto di 100 pagine una serie di interventi e articoli che avevano sancito le tappe di quel passaggio. Trent'anni dopo, quel libro ("Una scelta" - Un partito, una città, una regione nel cambiamento, ed. La Colornese) ha ancora qualcosa di attuale da raccontarci.

Tutto inizia allora. Senza quel 1985, forse, non capiremmo neppure tutto quello che a Parma è venuto in seguito: da Mara Colla a Lavagetto, Ubaldi, Vignali ed oggi Pizzarotti......

"La scelta del pentapartito", ovvero il passaggio dall'accoppiata con il fortissimo PCI ad un'alleanza con PSDI-PRI-PLI e soprattutto con la DC da mezzo secolo all'opposizione in città, fu secondo la prefazione dello stesso Ferrarini "una scelta travagliata e sofferta" eppure "consapevole". Una lacerazione politica ed anche umana, se si pensa che decenni di collaborazione amministrativa avevano cementato anche amicizie, ed un lungo lavoro di persone di PSI e PCI fianco a fianco nelle amministrazioni comunali e provinciali, nelle municipalizzate, nelle cooperative, nella sanità..... Un passaggio quindi imbarazzante e doloroso anche in questi dettagli.

Il libro di Ferrarini racconta 18 mesi: dal marzo 1984 al settembre '85, nel quale  la scelta del pentapartito si concretizza e per la prima volta il PCI parmigiano si ritrova all'opposizione. Una scelta che ha appunto nel PSI il suo centro e il suo motore (DC e partiti minori, ovviamente non speravano e non aspettavano altro): è il PSI di Craxi, che già a livello nazionale si è affrancato dai legami con il PCI  attraverso gli evidenti contrasti fra lo stesso Craxi e Berlinguer, che proprio in quel 1984 morirà per un ictus durante un comizio a Padova.

Nella primavera 1984 a  Parma il partito del garofano inizia un costante lavoro ai fianchi del socio di maggioranza con falce e martello (sono ancora i tempi del "bunker" di via Pellico) e già  uno dei primi interventi di Ferrarini, che trova spazio sulla Gazzetta, è significativamente intitolato "La primavera di Parma". Volta per volta, i socialisti  sembrano evidenziare e accentuare le smagliature che il Pci mostra nel suo pur monolitico apparato: le dimissioni di un dirigente come Franceschi, la "fallimentaregestione Tradardi dell'Usl", le dimenticanze nei confronti di Parma di una Regione ritenuta "Bolognocentrica" e guidata da Lanfranco Turci. Il tutto, condito da qualche occhiolino strizzato ai più aperti fra gli esponenti della Dc locale, come il maestro Ulisse Adorni, e da divergenze perfino sulla filosofia dei lavori pubblici, come nei lavori per l'allargamento di Ponte Italia.

All'inizio, sembrano soprattutto schermaglie per ricontrattare i rapporti interni, e per ottenere dal Pci maggiore considerazione e peso politico. Ma passo dopo passo, gli accenti posti sulle accuse al PCI parmigiano di "immobilismo" e di "subalternità" al Pci regionale a danno delle aspirazioni di Parma (aeroporto, bretella Autocisa-Autobrennero, Fiere, PRG ecc...) si fanno sempre più duri e convinti. E quando il risultato elettorale del maggio 1985 conforta e rafforza le anbizioni socialiste, la scelta fra le due maggioranze aritmeticamente possibili è quasi subito fatta, ed è appunto quella del pentapartito.

Certo, la strada successiva registrerà alti e bassi. La morte di Lauro Grossi (già in clima di forti contrasti interni e lotte di potere in casa PSI) segnerà la vera fine dell'esperienza di pentapartito, della quale i franchi tiratori nelle prime votazioni per eleggere Mara Colla saranno solo la conseguenza. Poi ci saranno una parentesi di centrosinistra, il tornado nazionale e locale di Tangentopoli (da cui proprio il PSI sarà travolto e ridimensionato) e la "restaurazione" della sinistra in Municipio, incarnata da Stefano Lavagetto fino al trionfo della prima elezione diretta nel 1994.

Ma nessuno si accorge, complici anche le successive vittorie rosse nelle consultazioni politiche nazionali o provinciali, che a Parma città qualcosa è cambiato per sempre. E se nel Paese si è nel frattempo avviata l'era berlusconiana (anche grazie allo "spauracchio" della sinistra comunista, che ancora pare funzionare almeno a livello nazionale), Parma la rossa tornerà presto e clamorosamente a sbiancarsi a sua volta, cone la doppia vittoria di Ubaldi, il successivo e più effimero regno di Vignali e poi con l'imprevedibile vittoria a cinque stelle di Pizzarotti sul leader del Pd parmense Bernazzoli. Tutto questo, sicuramente, in modi e tempi sicuramente diversissimi, da quelli raccontati da Ferrarini nel 1985. Eppure, a rileggere oggi quel lilbro, pare davvero che ci sia ancora qualcosa di sospeso e irrisolto (si pensi alla vicenda della Stazione mediopadana di cui si riparla tanto, oppure all'attuale dibattito sul futuro della Tep o degli aeroporti emiliani) nel dualismo fra la più rigida e allineata visoione di città della sinistra e le ambizioni, orogogliosamente autonome ma talvolta esagerate, dell'ex ducato che non si arrende a un ruolo da comprimaria.

Forse per chi da una parte o dall'altra sta già iniziando a pensare alla peossima sfida (2017), la strada per la conquista di Piazza Garibaldi potrebbe passare anche dalla rilettura, nei pro e nei contro, di quel libro e di quelle vicende di 30 anni fa.....

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