Ricordo

Quando Micol Fontana pensava a un museo per l'alta moda

Quando Micol Fontana pensava a un museo per l'alta moda
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Per ricordare Micol Fontana, morta all'età di 101 anni, pubblichiamo gli articoli di una pagina della Gazzetta di Parma del 19 ottobre 2004

Come un tarlo. Come un chiodo fisso. Come un sogno. Grande. Felice. Un sogno che a novantun anni ti regala l'energia dei venti. E la voglia di futuro, di progetti. Museo della Fondazione Micol Fontana. Museo dell'Alta moda italiana. A Roma, nella capitale, in una sede prestigiosa come si meritano gli abiti che hanno fatto il made in Italy. «E' questo sogno a tenermi in vita. Si rende conto che in Italia non c'è un museo della moda? Io ho esposto al Louvre, al Metropolitan. Un altro mondo. E' possibile che nel nostro Paese non si riesca a farlo?».
Novantun anni, Micol Fontana. Ancora una leonessa, con lampi di dolcezza improvvisa. L'eleganza del bianco e nero, la tenerezza dei capelli raccolti dietro la nuca. Non uno fuori posto. Impeccabile. Sguardo dritto, voce impaziente. Quella di chi è abituata a combattere, a non mollare la presa. Ieri come oggi. Ancor di più: «Novantun anni, chissà quanto tempo mi resta». E c'è questo sogno, I have a dream: «Un museo per far rivivere gli abiti che hanno fatto la nostra storia e quella di tutti. Gli abiti che ora sono stipati nel magazzino, dentro gli scaffali e gli armadi. Il pretino di Ava Gardner, il vestito nuziale di Linda Christian, l'abito da gran sera di Jacqueline Kennedy. E tanti altri. Lo faccio per me, lo faccio per la mia famiglia. Zoe, Giovanna. Perché del nostro lavoro rimanga qualcosa nel tempo. Perché noi tre continuiamo a stare assieme negli anni che saranno. Perché il made in Italy abbia una degna ribalta».
Ma il tempo stringe. «Ne ho poco. Bisogna essere quick, efficienti, c'è poco spazio per la burocrazia». Il disegno di legge sulla rete dei musei della moda italiana è già passato alla Camera (primo firmatario, Daniela Santachè): esso prevede un sistema articolato nei settori moda, costume, prodotti tessili, calzature e accessori, con poli individuati nella Galleria del costume di Palazzo Pitti, a Firenze; nel museo della moda italiana (di nuova istituzione), a Milano; nel museo nazionale della seta, a Como; nel museo della Fondazione Micol Fontana di Roma; nel museo del tessuto di Prato e in altre strutture pubbliche o private da individuare. La scorsa settimana il disegno di legge avrebbe dovuto essere votato in Senato. Il traguardo tanto atteso. Micol ha passato la notte in bianco, aspettando quella votazione fantasma. Che invece non c'è stata: «Rinviata. Dovrebbe essere nei prossimi giorni, speriamo». S'insinua la paura di non farcela a vedere il museo: «Se le cose vanno per le lunghe... Ma l'importante è la certezza che sarà creato, sapere che la legge è stata approvata. Poi si troverà la nuova sede».
Adesso gli uffici sono in via San Sebastianello 6, a quattro passi da piazza di Spagna. Quartier generale di Micol Fontana: la storia della moda italiana in quattro stanze, libri, foto storiche, abiti indossati da dive e divette, nobildonne doc e ricchissime signorine qualunque. Hollywood trasferito a casa nostra: l'abito da sposa di Audrey Hepburn, Liz Taylor in bianco e nero, i costumi di Ava Gardner nel film «La contessa scalza». E su tutto, l'impronta inconfondibile di Micol Fontana: terrazza verde, moquette verde ed blu, abiti e abiti, «il mio amore». Tutto bellissimo, da capogiro. Eppure stretto, sofferto, anchilosato. Manca aria, manca spazio, manca ossigeno. Gli abiti ammucchiati in una manciata di metri quadri. Perché la sede è piccola, i costumi non ci stanno. Esplodono. Aspettando la nuova sede.
Pioniera del made in Italy, citata dal dizionario enciclopedico Treccani e dal Who's who, cittadina onoraria di Miami e di Corpus Christi-Texas, insignita da Scalfaro dell'onorificenza di cavaliere di Gran Croce. E nel 2004, incoronata dalla laurea ad honorem al Fashion Institute of Technology di New York: non ha bisogno di biglietti da visita, Micol Fontana. Eppure ogni santa mattina, sabato compreso, apre la porta di via San Sebastianello. E va a lavorare, come un'impiegata qualsiasi. Ore e ore alla scrivania, come a vent'anni. Come per tutta la vita. Telefonate, contatti, sorrisi e arrabbiature. Il sogno da far camminare: la nuova sede, altrimenti la Fondazione non potrà andare avanti a lungo. L'unico sponsor è Micol Fontana, a farsi carico di tutto, sostenuta dalla squadra che l'affianca da sempre: la segretaria Licia Giuli, l'Azzeccagarbugli di tutti i cavilli amministrativi, e la collaboratrice Luisida Caligaris, un passato da indossatrice e un presente da docente di moda nei seminari per studenti delle scuole superiori organizzati dalla Fondazione. Il matriarcato al potere per far vivere il patrimonio dell'archivio Sorelle Fontana: 175 abiti, centinaia e centinaia di figurini dal '40 al '90, una montagna di foto storiche di moda e costume, i campioni di ricami, le 50 bambole da collezione, gli scaffali zeppi di libri e riviste. Un tesoro inutilizzato. Invisibile. Negato. Fino alla prossima passerella ideale, nelle vetrine del museo: «Il mio vero sogno, a novantun anni. Ora che sono rimasta senza Zoe e Giovanna».
Anna Maria Ferrari 

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