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Severità, eleganza e cuore d'oro

I vigili urbani degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta erano figure di riferimento temute ma rassicuranti

Severità, eleganza e cuore d'oro
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E roba di qualche mese fa. Un quadretto simpatico di quelli che non si vedono più ma che, nei non più giovani, ha rammentato i magici anni della giovinezza e della spensieratezza in una Parma che, spensierata, oggi, non la è certamente più.

E non andiamo oltre. Un ragazzo, in sella alla sua bici, trasportava una bella mora sulla canna (molto probabilmente la sua fidanzata o una sua amica) e spensieratamente, coniugando la magia dei suoi anni, attraversava il Ponte di Mezzo mentre un refolo d’aria, rotolando giù dalla collina, scompaginava quelle due giovani chiome. Una gran bell’immagine che evocava tempi ormai andati quando i «moróz», non avendo a disposizione come ora auto e moto, ma solo poche lire e una bicicletta, si portavano fuori porta con lui che pigiava sui pedali e lei seduta sulla canna, gonna al vento. Inflessibile, un vigile, sventolò la paletta sotto il naso dei due ragazzi facendo smontare la ragazza. Il codice della strada parla chiaro. Giusto, sacrosanto. Ma, senza entrare nelle competenze di quel solerte giovane vigile, fin tropo fiscale e preciso, quell’immagine così retrò e così simpatica a chi, «over anta», l’ha potuta notare, ha sollecitato amabili «amarcord».

Questo preambolo per sottolineare il non facile compito che sono chiamati ad assolvere quotidianamente i vigili urbani, oggi chiamati agenti di Polizia Municipale in una città che presenta ben più gravi e pesanti problematiche rispetto a quelle di ieri. Una città che, i suoi «vigili urbani», li chiamava semplicemente «al guärdij» la cui visiera era nobilitata dall’elegante ed identitario stemma araldico della città e non da quelle omologanti linee blu verticali di adesso che accomunano i vigili di tutta la regione.

La città di una volta non era certamente come quella di adesso, il traffico era pressoché insignificante, rotonde e tangenziali non si sapeva nemmeno cosa fossero, le poche auto non inquinavano certo e non recavano problemi di traffico in quanto le persone viaggiavano per lo più a piedi, in bicicletta oppure in Vespa o in Lambretta. In tutti i modi «al guärdij» hanno sempre rappresentato un presidio a tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico in quanto anche i ragazzi, contrariamente a ciò che succede ora, se per caso avevano combinato qualche marachella, al solo nominare le guardie, scappavano come lepri. I vigili di ieri erano figure autorevoli, ma anche solenni, solitamente con un fisico ben piazzato, viso burbero e cuore d’oro. Quando in Cittadella o in qualsiasi strada, borgo o viale i ragazzi esageravano un po’ in fatto di schiamazzi, monellerie varie, dispetti ai passanti, suonate selvagge ai campanelli delle abitazioni nelle prime ore del pomeriggio, specie in estate, quando la gente faceva il pisolino, fiondate sugli alberi, scorribande negli orti per razziare ciliegie e susine, partite a pallone improvvisate in strada, allora giungevano le guardie, solitamente una pattuglia in bici, oppure a bordo di in una gigantesca moto Guzzi rossa dotata di sidecar il cui inconfondibile rombo si avvertiva a distanza. Giunti sul posto gli agenti scendevano dal loro mezzo: il motociclista in modo abbastanza agevole, il collega incapsulato nel sidecar un po’ meno, dopo di che erano guai seri in quanto ramanzine e rimbrotti certo non mancavano anche con qualche colorita sottolineatura in dialetto. In divisa caki in estate, oppure bianco - latte con un casco coloniale per quelli che dirigevano il traffico in città e in completa uniforme blu - notte in inverno, le guardie si appostavano nei pressi degli incroci più pericolosi, oppure nel cuore della città dove, sui famosi «panettoni» (apposite pedane di legno), dirigevano quel poco traffico che si affacciava nel centro storico. Ed a questo punto come non ricordare il vigile urbano per eccellenza, Renzo Boschi (soprannominato «sìnngiòn»), che dirigeva il traffico, solitamente all’ incrocio di strada Garibaldi con via Melloni, oppure all’incrocio di strada Mazzini all’altezza dell’attuale Upim? Boschi era anche soprannominato «Toscanini» per il suo modo elegante e raffinato di dirigere il traffico proprio come se fosse un direttore d’orchestra.

Persona dotata di grande classe e, soprattutto, di straordinaria signorilità, il vigile, in estate in uniforme candida, in inverno in completo blu scuro, immancabili guanti bianchi, ricamava l’aria con ampi ed eleganti gesti mentre il suo sguardo era costantemente rivolto ai pedoni, in particolare, alle signore, agli anziani e ai bambini: un vero e proprio gentleman in uniforme da guardia ducale. Vigili di ieri protagonisti anche in occasione del passaggio della Mille Miglia sullo Stradone quando le «guardie» si disponevano in fila dal portone di San Lazzaro fino al Ponte Italia per tenere a bada la folla trasmettendo con il fischietto il transito delle varie auto da corsa che, ruggendo, passavano sotto gli ippocastani del viale tra gli applausi della folla che invocava i vari Castellotti e Taruffi.

Negli anni cinquanta-sessanta la Befana, dopo avere riempito nella notte del 5 gennaio le calze dei bambini con dolciumi e giochi, il mattino seguente, festa dell’Epifania, percorrendo le strade cittadine, si fermava agli incroci e depositava doni anche ai vigili urbani. Era la famosa e popolare «Befana del vigile» che, nella nostra città, rimase in vigore, grosso modo, fino agli sessanta. La mattina del 6 gennaio moltissimi automobilisti si fermavano, infatti, dinnanzi ai famosi «panettoni»: pedane in legno, vergate da linee trasversali bianco nere, poste nel bel mezzo degli incroci nelle quali salivano i vigili a dirigere il traffico. Giunti sul posto con la certezza che, almeno in quell’occasione, non sarebbero stati multati o redarguiti, automobilisti e motociclisti, ma anche alcuni ciclisti, scaricavano: panettoni, bottiglie di prosecco e spumante, salami, punte di formaggio e ogni altro genere di leccornie che regolarmente, «al guärdij», coniugando il grande cuore parmigiano, consegnavano ad enti e istituti assistenziali. Il traffico di quegli anni, ovviamente, non era quello farraginoso e caotico di oggi ed inoltre l’organico dei vigili era talmente ridotto che, quelle poche «guardie», erano visi talmente noti e popolari e per di più conosciuti da tutti. Erano tempi in cui i vigili, in prevalenza, erano parmigiani del sasso mentre gli altri erano «ariosi» e cioè originari dell’immediato contado.

A volte non esitavano ad esprimersi molto autenticamente in dialetto, però incutevano ugualmente soggezione a quei monelli che nei borghi e nei viali ne combinavano di tutti i colori. Erano tempi in cui il Comando delle «guardie» era in piazza Garibaldi, sotto i portici del Grano, erano tempi in cui il traffico, anche in centro storico, era scarso e le soste delle poche «seicento» e «millecento» non causavano certo i problemi di oggi. Era una Parma a dimensione umana e soprattutto più a portata di mano e di cuore, più educata e gentile. Erano anni in cui, per i parmigiani giovani e vecchi, l’ombelico del mondo era la «piazza» e «Pepèn» in borgo S. Ambrogio dove, con quel vigile che aveva fatto la contravvenzione, si poteva siglare la pace consacrata da una fetta di «carciofa», da un bianchino e da una battuta sempre sarcastica e spiritosa di «Pepèn» e della Lidia che metteva fine alle ostilità.

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