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«Io, “catapultata” dall'Etiopia a Parma»

«Io, “catapultata” dall'Etiopia a Parma»
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 Parma è bella, l'Italia mi piace, ma per me   qui “it's not very funny”». Ossia, non è molto  divertente.  L'intervista si svolge tutta in inglese, e già questo la dice lunga sulla padronanza dell'italiano di questa ragazzina 14enne arrivata pochi mesi fa dall'Etiopia e catapultata a settembre in una terza media cittadina.  Per i bambini e ragazzi    per i quali l'Italia  è stata una meta più o meno casuale in cerca di una vita migliore, l'arrivo  in classe   può essere  traumatico. Le scuole in molti casi si sono attrezzate, offrendo corsi di sostegno di italiano e cercando di favorire  l'integrazione. Ma per gli studenti stranieri studiare in Italia  è spesso un'esperienza dura, a volte frustrante. Nell'anno scolastico 2008-2009 gli alunni stranieri  a Parma e provincia sono stati 7.417, il 13,4% della popolazione scolastica. E la percentuale più elevata si registra proprio alle medie. 

La ragazzina viene  da Shashemene,  città   di  115 mila abitanti   240 chilometri a  sud di Addis Abeba. Due anni fa è arrivata a Parma la mamma, che ha trovato un lavoro. Nell'aprile 2009 la donna ha fatto arrivare le due figlie di 11 e 14 anni, mentre il marito è rimasto in Etiopia. Cinque mesi dopo aver messo per la prima volta piede in Italia (ed essere per la prima volta uscite dall'Etiopia),  le due sorelle hanno iniziato l'anno scolastico in un istituto comprensivo del centro.  «A Shashemene frequentavo la high school, qui in Italia mi hanno messo in terza media - spiega la ragazza -. Per me è stato ed è ancora tutto molto difficile. Non conoscevo una parola di  italiano, non capivo quello che dicevano  gli  insegnanti e tantomeno i compagni di classe». Qualcosa da allora è cambiato, ammette la ragazzina, ma i miglioramenti sono lenti. «Tre volte a settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì, seguo a scuola lezioni di italiano per stranieri. E' stato molto utile, mi ha aiutato a imparare a capire  un po' l'italiano. Ma la cosa più difficile resta   parlare». Le materie preferite? «L'inglese, che è anche l'unica materia per la quale eseguo le verifiche e i compiti. La matematica non mi piace, ma la studio. Invece la ginnastica  non la faccio  proprio: non mi piace giocare a pallavolo e tantomeno  gli esercizi a corpo libero. Non mi piace   lo sport in generale». 
 Quanto all'italiano, la ragazzina spiega di non aver neppure comprato i libri di testo: «I professori capiscono che non posso seguire le lezioni e neppure fare i compiti a casa o le verifiche che fanno   gli  altri». E i rapporti con i compagni di classe? «Ho solo un'amica, una ragazzina italiana davvero simpatica. Con gli altri non parlo, un po' per via della lingua e un po' per carattere. In Etiopia era diverso: quattro chiacchiere con gli amici le facevo, ci si vedeva anche fuori dalla scuola, cosa che qui non accade. Era più divertente. Mi piace la cultura italiana - aggiunge poi la ragazza - e penso che resterò qui. Ma a volte mi sento un po' triste e scoraggiata».m. t.

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