Strajè-Stranieri

Aiutiamoli a vivere da persone e non da accattoni

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Pino Agnetti

 Nella lontana Thailandia, centinaia di migliaia di profughi provenienti dalla vicina Birmania della «parmigiana» onoraria Aung San Suu Ky vivono ammassati come topi in campi, cosiddetti d’accoglienza, da cui non possono mai uscire. E dove è loro proibito tassativamente di svolgere qualsiasi lavoro. Ci può essere una condizione più disgraziata di questa? Ed ora rientriamo velocemente nei confini ducali. Dove, naturalmente, non esistono né campi recintati col filo spinato e controllati a vista dai militari (per la verità qualcuno ci aveva provato a Manduria con gli effetti che sappiamo). Né masse sterminate di infelici senza più patria, né futuro. Però, basta fare due passi in centro per imbattersi in un numero crescente di uomini e donne di colore che gironzolano chiedendo l’elemosina. Vengono, per lo più, da Paesi come il Niger e il Congo. Cioè, da quell’Africa subsahariana divenuta una gigantesca pentola a pressione perennemente prossima a scoppiare sotto la spinta di milioni di sventurati in fuga dalla miseria e dalla guerra. Ma non divaghiamo e restiamo a quegli individui che, sempre più spesso, ci vengono incontro ciondolando e mendicando un euro sotto casa, o appena svoltato l’angolo. Ci avete fatto caso? Non sono vestiti di stracci. Magari, indossano abiti leggermente démodé e fuori stagione ma, normalmente, più che dignitosi. E non hanno neppure la barba lunga, o la faccia e le mani sporche. Per la semplice ragione che diverse realtà - del volontariato, della Chiesa, delle istituzioni locali - provvedono a ospitarli. Dando loro un tetto, un letto e dei servizi igienici decorosi. Più degli indumenti puliti e un desco a cui sedersi regolarmente a pranzo e a cena. E siccome siamo a Parma, e non al confine fra la Thailandia e la Birmania, quelle stesse persone sono libere - giustamente - di andarsene a spasso per la città. Per riempire così la giornata. Ed è appunto così che, da rifugiati e profughi, si trasformano in accattoni anche quando non ne avrebbero strettamente bisogno. Offrendo uno spettacolo degradante, in primo luogo, per se stessi. E fonte di inevitabile fastidio e di potenziale rifiuto (per non dire peggio) per chi se li ritrova continuamente d’attorno. Intendiamoci. L’Italia è piena di situazioni simili. Soprattutto, dopo l’emergenza sbarchi a Lampedusa delle settimane scorse. Sbarchi, per altro, che non si sono fermati, né si fermeranno a prescindere da quanto durerà ancora la guerra a Gheddafi. Ormai, l’hanno capito tutti. Pure a Coazze, un paesino piemontese dove siamo già agli striscioni e alle ronde anti profughi (una trentina) smistati da quelle parti. Da noi, che in proporzione avremmo dovuto prendercene almeno duemila, l’aria è per fortuna diversa. Ma non i mugugni e i «Mandateli a zappare». Ed allora, prima che qualcuno anche qui se ne salti fuori proponendo «i campi di lavoro forzati per quei fannulloni», perché non offrire una opportunità in più a questi nostri ospiti? Quella di svolgere - chi è in grado e senza obbligo alcuno - un lavoro temporaneo, gratuito e socialmente utile. Per «ripagare» chi li ha accolti senza i cartelli «Fuori dalle balle». Ma anche, e soprattutto, per cominciare a vivere da persone. E non più da accattoni. 

                                                                                              
 
 

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