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Tomasetti, l'avvocato «americano» con la passione per il vino

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Paolo Panni 


Prendendo spunto da «Un americano a Roma», il celebre film che vede protagonista Alberto Sordi, la storia di Giuseppe Tomasetti, avvocato di fama internazionale, potrebbe essere intitolata «Un americano nella Bassa». E la sua è decisamente una storia particolare, dai tratti addirittura romantici. La storia di un uomo nato nella Bassa, ma che fin dalla più tenera età (5 anni) ha raggiunto con la famiglia gli States dove ha trascorso la maggior parte della sua esistenza ed ha lavorato. Ha girato il mondo in lungo e in largo ma alla fine è tornato «a casa», nella Bassa e qui ha deciso di investire.
 Lo ha fatto a Santa Croce di Polesine, una frazione che non arriva forse ai cento abitanti e sta dando un grande esempio specialmente per tutti quei giovani che qui, in riva al Grande fiume, nel «Mondo piccolo» di Giovannino Guareschi, possono avere belle occasioni per fare fortuna. Lo dice uno che ha vissuto nel «cuore» di Washington per 37 anni, che all’epoca della presidenza di Bill Clinton ha sfiorato la carica di ambasciatore degli Usa in Italia. Non l’ha ottenuta perché, come lui stesso dice «ero troppo italiano per quella carica. E questo - aggiunge - è un problema col quale sono sempre cresciuto sin da bambino. In America mi hanno sempre chiamato l'“italiano”. Qui mi chiamano l'“americano”».
 Il suo accento, marcatamente «americano», non tradisce. E vada allora per «l'americano». Che crede e scommette nella sua terra d’origine. E la scommessa è davvero singolare. Negli Usa è stato capo staff alla Camera dei deputati, ha lavorato come «direttore legislativo» per un senatore democratico come capo cabina per un govenatore e alla fine degli anni Ottanta è tornato in Italia, a Milano, dove ha aperto un grande ufficio (il «Tomasetti & partners») e vanta tuttora clienti in tutto il mondo. Ha il cellulare acceso giorno e notte «perché il mondo non dorme» dice sorridendo. E’ diventato direttore mondiale della «Mergers ed aquistions» per la Ernst Young Law, colosso mondiale nell’ambito della consulenza.
Figlio di un grande clinico, classe 1946, a Santa Croce ha deciso di dedicarsi ad un’attività del tutto diversa: quella che, sotto sotto, è sempre stata la sua passione e così eccolo «trasformarsi» in contadino vitivinicolo. «Ho sempre creduto - spiega - di poter fare un vino importante nella Bassa, consapevole del fatto che i vini migliori si trovano sempre in zone di pianura, accanto ai fiumi, in terreni sabbiosi, dove c'è la giusta alternanza tra nebbia, e quindi umidità, e sole».
 A Santa Croce di Polesine ha trovato il terreno col giusto quantitativo di sabbia e, soprattutto, ha acquistato e recuperato un abbandato palazzo cinquecentesco. Qui ha impiantato una vigna optando per uva francese e, dopo le prime 400 bottiglie realizzate nel 2006, l’attività si è avviata. Non ha ancora deciso la denominazione del suo vino. «Probabilmente - confida - lo chiamerà Giaranzana». Giaranzana è il nome della via che corre davanti alla sua proprietà e deriva da una musica «hit» cinquecentesca, un tipo di tarantella, che trae la sua origine dai colli reggiani.
«La controetichetta - spiega - conterrà quindi qualcosa che richiamo al ballo». Il vino che sta già producendo nella cantina realizzata all’interno della sua proprietà si avvicina al Bordeaux. Molto diverso, quindi, dai vini che attualmente si producono nella nostra pianura. «La Bassa - spiega Tomasetti - nel campo del vino ha una storia molto diversa rispetto a quella di Parma e delle colline parmensi. Qui una volta c'erano molti vigneti di Tokaj, per esempio. Mentre nella zona di Roccabianca si facevano il Barbera e il Grignolino. Purtroppo molti vigneti sono stati distrutti dalle gelate del 1985 e non sono stati ripiantati - una certo tradizione è stato perso». E la Fortana, che da qualche anno sta trovando una certa fortuna? «Tra origine dalle uve di pergola dell’Argentina - afferma l’avvocato - e qui è arrivato a fine Ottocento e si utilizzava, inizialmente, per allungare il Lambrusco». Lui però ha deciso di orientarsi su una produzione ben diversa. «Non farò mai più di 2000 bottiglie all’anno del mio vino - confida - perché il vigneto è limitato e voglio che rimanga così». Perché anche questo contribuirà ad aumentare la qualità del suo prodotto. E per apprezzare questa qualità basterà partecipare alle degustazioni che ha già messo in programma di avviare e l’occasione sarà anche utile per andare alla scoperta della ricca cantina-museo.                       


 

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