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Vania Facchini, la "clandestina" parmigiana

Vania Facchini, la "clandestina" parmigiana
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Mara Varoli
In un certo senso, anche il suo è stato un «viaggio della speranza». Per capovolgere una vita, diventata un po' noiosa. E sbarcata a Lampedusa, alla guida di un Ford Transit bianco, carico di «cose», ha vinto la scommessa: «E' successo tredici anni fa. Dopo una vacanza con amici. Mi sono licenziata, ho caricato valige, mobili, le mie piante di basilico e sono partita». Vania Facchini: la «clandestina» parmigiana. Quarantaquattro anni, ex infermiera del reparto di Terapia intensiva del Maggiore, dal 1996 vive là, o quasi: per buona parte dell'anno si sveglia al mattino, indossa i calzoncini corti, e invece di far colazione in piazza Garibaldi, sale sul motorino e scende giù al porto, in questa isola che all'ora del tramonto ricorda Beirut. La stessa luce, con quella chiesa che somiglia più a una moschea. «Sono sempre stata appassionata di sub e cercavo un posto dove andare in vacanza. Così sono sbarcata a Lampedusa. E quando sono arrivata, mi sono detta: ma dove sono? Mi sembrava di aver fatto un salto nell'Italia degli anni Cinquanta. Ed è stato amore a prima vista». Una Lampedusa ancora più ruspante e più grezza di quanto può essere ora. Tre alberghi, un paio di damusi, pochi bar e tanti pescatori. Gli stessi che oggi indossano la camicia bianca e lavorano nel turismo. «Mi sono innamorata dei colori - continua Vania -. E ho detto: ma perché non cambiare? Prima ho preso un'aspettativa di un anno, poi mi sono licenziata dall'ospedale. E così sono partita con un furgone che mi ha dato mio padre. Avevo conosciuto dei pastori, che avevano delle case abbandonate. Le ho prese in gestione, arredate e ho cominciato il mio ruolo di operatore turistico: organizzo dal viaggio al soggiorno fino alle uscite in barca. E molti parmigiani hanno scoperto Lampedusa grazie a me. L'hanno vista con i miei occhi e quindi ritornano». Una terra aspra, dove i servizi spesso mancano, dove le giovani madri devono volare fino in Sicilia per partorire, perché l'ospedale non c'è. E dove la nave che porta acqua e benzina non arriva tutte le settimane. Un'isola con i contrasti dell'estremo Sud e una terra che oggi è chiamata la «Guantanamo d'Italia». Una «prigione», per migliaia di clandestini che sbarcano a Lampedusa pensando di aver messo piede in America. «Anch'io ho avuto molta paura che trasformassero l'isola in un carcere a cielo aperto - confessa Vania -. I primi clandestini sono arrivati vent'anni fa. Ma in questi ultimi anni sono aumentati notevolmente. Anche se nessuno di noi ha mai visto un solo sbarco. Perché, quando vengono avvistati, li vanno a prendere in mare e li portano direttamente nel centro di accoglienza. Che si trova  in valle Imbriacola, all'interno dell'isola. Per cui, a Lampedusa non si incontrano mai». Poi, alcune settimane fa, la protesta: «Ma non è vero che i clandestini erano scappati dal centro - dice Vania -: li hanno fatti uscire, pensando che ci potesse essere una sorte di  collisione con il popolo. E invece no. Tanto di cappello e orgogliosa di essere rappresentata dai lampedusani, che insieme ai clandestini hanno protestato in piazza. I lampedusani  non vogliono un centro di identificazione: sono vent'anni che sbarcano e nessuno se n'è mai occupato di loro. E' questa gente che li andava a prendere sugli scogli, gli dava da mangiare e un maglione. Non ho mai sentito un lampedusano lamentarsi dei clandestini. Ma con il centro di identificazione e i termini della legge, il clandestino può rimanere lì fino a sei mesi e la faccenda diventa una questione matematica: basta dire che nel 2008 ne sono arrivati 35 mila e con i termini di permanenza significa che l'isola si riempirà di immigrati, chiusi in due centri. Oltre alle forze dell'ordine. Tant'è che in questi giorni sembrava di vivere in un'isola in guerra, con tutti i militari che c'erano. Fortunatamente, tutto è tornato alla normalità e il centro ora conta 700 clandestini. Anche perché molti scafisti oggi li portano in Sicilia, a Porto Empedocle. Così come hanno sempre voluto. I primi clandestini che arrivavano a Lampedusa, infatti, cercavano la stazione del treno. Non pensavano di essere su un'isola di 20 km quadrati».  Gente cordiale, i lampedusani. Gente con la quale Vania si è trovata «a casa». «Gente con il carattere chiuso - ricorda Vania -, ma buona. Gente tranquilla. Tant'è che mi sono integrata benissimo, anche se all'inizio avevo la foga della nordista e cioè del tutto e subito. Poi, ho capito che dovevo rispettare i tempi siciliani: tempi lenti, mai fare oggi quel che si può fare domani. Ma nella semplicità, mi sono trovata benissimo. Tra l'altro non c'è criminalità. Penso che Lampedusa sia l'unico posto al mondo dove si vive senza le chiavi: le porte sono sempre aperte. L'unico difetto? Il fatto di vivere in funzione dell'estate e quindi l'isola non va avanti». Un'isola molto giovane, con tanti ragazzi. Perché, anche se a studiare si va in Sicilia, poi tutti tornano in «patria»: un legame molto forte stringe i lampedusani alla loro isola. «Quando c'è stata la sommossa, alcune settimane fa, per la creazione del centro di identificazione dei clandestini, i lampedusani non erano preoccupati della cattiva pubblicità, ma del fatto che l'isola non sarebbe stata più la loro. E mi dicevano: non è che Lampedusa si riempirà di militari e clandestini? Non è che poi noi dovremo fare le valigie?». Anche Vania le valigie non le farebbe mai: «E' vero ho perso tante sicurezze, ma la qualità della mia vita è migliorata - chiude Vania, mentre sgrana gli occhi: azzurri, come quel mare tra la Sicilia e l'Africa -. E' stato uno scambio reciproco, alla pari: loro mi hanno insegnato la semplicità e la capacità di arrangiarmi, perché basta poco per vivere bene, solo con il sole e con questi colori; e io, a parte il Parmigiano reggiano, ho portato il bon ton della nostra città, il gusto del bello. E Lampedusa è diventata la mia terra. La sento così».
 

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  • mauro

    03 Luglio @ 11.09

    Mi sono rispecchiato in tutto quello che hai scritto tu, hai descritto ogni singola sensazione che ho provato, ogni colore, ogni emozione. L'anno scorso la mia prima volta a lampedusa e amore a prima vista...tu hai avuto il coraggio di fare il salto...io non saprei che fare li a lampedusa, sono pilota di aerei...altrimenti sarei già li! Mi piacerebbe contribuire ai trasporti dell'isola, ma mi mancano i mezzi... Tra poco tornerò, l'ultima di luglio, anche se non sarà la stessa cosa senza la persona con la quale sono venuto l'anno scorso, anche lei di Parma...ma la vita va avanti. TI faccio un in bocca al lupo e chissà che non ci si incontri; intanto ho messo su preferiti il tuo sito Vania!

    Rispondi

    • luigina

      03 Gennaio @ 20.30

      dato che conosco Vania che aveva 8 anni mi viene la pelle d'oca a pensare il corraggio che ha avuto corraggio Vania vai si sempre forte cosi

      Rispondi

  • luigi

    23 Giugno @ 06.17

    felice di averti letto, fejice che hai trovato quello che manca a bona parte della gente.una domanda. la prima settimana di agosto si trova qualche camera libera? quanto costa mangiare? ciao e auguri.

    Rispondi

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