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Ballando sotto le stelle di Parigi

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dal nostro inviato
Francesca Lombardi
flombardi@gazzettadiparma.net

L'italiano lo parlano con l'accento parigino oppure in versione dialettal - montanara. Tanti, per comodità, non lo parlano proprio, e optano direttamente per il francese. Eppure sono tutti figli dello Stivale, anzi, di più: sono gli ambasciatori del tricolore in Francia, i custodi di un passato che non c'è più e i pionieri di un mondo interculturale che c'è e sarà. Per tutti loro che hanno l'Italia nel sangue, ma non sempre in bocca, che iniziano le cene parlando del tempo a Borgotaro ma brindano al grido «Santé», c'è una lingua più italiana dell'italiano: si chiama musica. Di fronte a una fisarmonica, a un'orchestra che shakeri insieme valzer, mazurka e un po' di polka, è impossibile non sentirsi verissimamente uniti e italiani.

Paris a ritmo bedoniese
- Josiane Ziliani, che è presidente di «As.pa.pi», l'associazione di parmigiani e piacentini a Parigi, lo sa bene: un'orchestra o un coro, nelle feste che organizza, non devono mai mancare. Così, anche lo scorso fine settimana, quando ha affittato il Centro congressi di Nogent sur Marne,  20 chilometri da Parigi, per un grande party a base di affettati e Gutturnio, non ha dimenticato di ingaggiare un gruppo. E la banda di «Paolo Bertoli» è sbarcata in paese con tanto di corriera di fans al seguito.
Erano in quattrocento, a dondolare sulla pista che metà è storia e orgoglio e metà divertimento: quattrocento parmigiani e piacentini che si sono dedicati una serata di gala con gli amministratori delle loro terre d'origine. C'erano il presidente della provincia di Piacenza Gian Luigi Boiardi, i sindaci di Farini Antonio Mazzocchi, di Bettola Simone Mazza, il presidente della comunità montana Valli Nure e Arda e sindaco di Vernasca  Gianluigi Molinari, il consigliere provinciale piacentino Luigi Fogliazza. A rappresentare Parma e la sua provincia, invece, Romeo Broglia,  del direttivo della Consulta regionale degli emiliano-romagnoli all'estero: infine, a fare gli onori di casa, il sindaco di Nogent Jacques Martin, che con sorriso ironicamente sadico non ha mancato di chiedere scusa per la sconfitta dell'Italia contro la Francia nella partita di rugby giocata nel pomeriggio.
Guarda il video della festa

Le fisarmoniche emigrate- Se la passione per la musica è così forte negli emigrati a italiani a Parigi, è perché con loro emigrarono anche le fisarmoniche. Intorno agli anni Venti i parmigiani, e in particolare i borgotaresi che imbarcarono le valigie sul treno per Parigi ci misero anche i loro strumenti. Louis Ferrari prima, Tony Murena poi e più tardi Lino Leonardi, tutti di Borgotaro, a Parigi diventarono delle celebrità: con loro, il «valse musette» che si contrapponeva allo sfarzoso valzer viennese, divenne famoso.
Musicista, anche se non professionista, era anche il padre di Francesco Bozzia, di Borgotaro. «Faceva il muratore, ma suonava la fisarmonica ed era amico di Lino Leonardi, che spesso veniva a mangiare da noi». Il più pittoresco dei musicisti italiani, racconta Francesco, era Louis Ferrari, che si muoveva con un carretto e spesso veniva chiamato a partecipare nelle trasmissioni radiofoniche francesi.  Francesco, quando arrivò alla Gare de Lyon insieme alla madre e al fratello nel dicembre del 1948, aveva sette anni. Qualche anno dopo lavorava come ingegnere di sicurezza alla Thomson. Più tardi passo al Figarò. E intanto il padre Bettino, che la Francia l'aveva testata prima dei suoi famigliari, continuava a suonare, e nel 1967 diede vita a una delle bande più importanti di Borgotaro, i «Frö». «Per questo ancora oggi io e mio fratello siamo 'i fiö d' Frö». Francesco si trova spesso con gli altri emigrati italiani nel bar di Nogent «La piccola Italia»: a volte parla in francese, ma dice di sentirsi «profondamente italiano». «L'unico vero dramma è quando Italia e Francia giocano contro a calcio.  Ai mondiali, avevo appeso entrambe le bandiere».

Il suono della «erre»
- All'inizio li chiamavano «ritals». Forse perché si vestivano con ritagli di stoffa, forse perché non riuscivano a pronunciare bene la «erre» francese. Fatto sta che loro, gli emigrati italiani, si offendevano parecchio. Tornavano a casa con le orecchie basse: le maniche, però, non le abbassavano mai. Alla fine impararono anche a pronunciare quella «r» arrotolata tanto difficile, e i francesi cominciarono ad apprezzarli. Diedero loro fiducia, e finirono con il premiarli. Nel lavoro, e nella vita. Sono tanti i parmigiani e i piacentini che si sono distinti a Parigi. Nella musica, ma anche nell'edilizia, nell'ingegneria, nell'arte.
Uno su tutti, Lazzaro Ponticelli di Groppoducale di Bettola, ultimo dei «Poilus» francesi della Grande Guerra, la cui foto si trova in formato gigante davanti alla  Gare de Lyon come un monumento da onorare. Lazzaro è morto l'anno scorso, a 110 anni: ma tanti, italiani e francesi, continuano a volergli bene.
Anche Antonio Botti, pur non essendo un militare, ha fatto successo nel suo campo: arrivato da Cassio nel luglio del 1955, fece nascere la sua prima impresa di rivestimenti facciali a 18 anni. Nel 1975 aveva sotto di lui 150 operai. Antonio parla con orgoglio quando racconta di aver lavorato a Place des Abbesses, al Petit Theatre, al Museo di Arles e ai Musées Péronne con l'architetto Henri Ciriani.
E ancor più  orgoglioso è Cesare Balderacchi, che pur senza avere studiato è diventato con le sue forze direttore di tutte le agenzie di turismo francesi e nel 1992, contattato telefonicamente dall'allora presidente della Repubblica François Mitterand, unì per la prima volta il Ministero dei Trasporti e quello del Turismo. E pensare che nel 1949, quando era arrivato alla Gare de Lyon da Rocca di Ferriere, era rimasto a bocca aperta davanti alla catenella del bagno, che non aveva mai visto prima e che gli sembrava un prodigio della tecnologia. Il fratello Agostino, «Auguste» in Francia viveva con lui in un piccolo appartamento alle porte di Parigi dove non c'era il bagno. Anche lui ha fatto carriera: diventato ingegnere idraulico, ha messo su una ditta di riscaldamenti che ha poi venduto a una ditta canadese che conta 28mila dipendenti nel mondo.

Seconda generazione- La «erre» francese lei ce l'ha naturale. Marisa è italiana di seconda generazione, e in casa da piccola ha quasi sempre sentito parlare il dialetto di Pione, Bardi, la terra dei suoi genitori. «Scusi se parlo male l'italiano», continua a dire vergognandosi alla festa di Nogent. L'italiano vorrebbe saperlo alla perfezione, perché l'Italia ce l'ha nel cuore, e quando da bambina sentiva parlare male degli italiani, quando sentiva quella parola, «rital», pronunciata con disprezzo, diventava matta. «Sono molto fiera dei miei genitori e di quello che hanno fatto per me: so quanti sacrifici hanno accettato per il bene della famiglia».
Anche sua figlia è molto legata all'Italia: per la finale dei Mondiali di calcio del 2006 aveva appeso la bandiera italiana fuori dalla finestra. Ha portato fortuna.
Guarda le foto degli emigrati

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  • g14

    14 Aprile @ 13.38

    Ci chiamano "Rital" in Francia per l'abbreviazione di repubblica sul passaporto Italiano : R.ITAliana...

    Rispondi

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