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Dal Sol Levante all'ombra del Battistero

Dal Sol Levante all'ombra del Battistero
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di Roberto Longoni

Che un commensale maschio  riempia il bicchiere di una donna, ai loro occhi resta un effetto  speciale. «Da noi sono le donne a dover versare le bevande agli uomini seduti a tavola».  E ancora  provano un certo disagio, se qualcuno le fissa negli occhi, anche parlando. «Da noi è vista come un'espressione piuttosto aggressiva». Così come restano sconcertate dalla burocrazia  («Sembra che non si dia molta  importanza all'efficienza») e  dalla sovrabbondanza di decibel della nostra società. 
«Da noi si cerca di essere meno diretti e di mantenere l'armonia, per quanto possibile. Qui, spesso c'è l'impressione che si tenda a voler prevalere sul prossimo». Ma a stupire è anche il numero «di  giovani e meno giovani impegnati nel volontariato: a Parma  come in provincia. Da noi non è così». 
Racchiusi in quel «da noi» ci sono le migliaia di chilometri che dividono l'Italia dal Giappone e distanze ancora maggiori  nella geografia di usi e costumi, anche se ci sono affinità, quale quella che vede «i figli in casa con i genitori fino al matrimonio». Sono cento i giapponesi  che vivono a Parma: in prevalenza donne. Non è raro che arrivino per frequentare il Conservatorio e poi si fermino.  «Dicono che per approdare alla Scala si debba passare di qui. Io sono venuta per studiare canto e non me ne sono più andata» racconta Kay Ohnishi, nata negli Stati Uniti da una famiglia di Tokyo e stabilitasi a Parma 25 anni fa (da poco si è trasferita a Torricella di Sissa). 
In Italia è stata rappresentante per un grossista di calzature e ora insegna lingue, oltre a occuparsi di Gestalt therapy.  Parma non era poi così cosmopolita, un quarto di secolo fa. «E ricordo bene come mi fissava la gente. Spesso tiravano a indovinare sulle mie origini, credendo che non capissi».  Ma lei capiva eccome, perché le sono bastati pochi mesi per prendere confidenza con la nostra lingua. Se non è l'amore per il bel canto, è l'amore tout court a portare da queste parti. 
Così è stato per Yoshie Mizushima, che dopo essere nata in una piccola città dell'isola di Hokkaido e aver sempre abitato in megalopoli quali New York, ora vive a San Secondo con  il marito Rodolfo Trabucchi. I due si erano conosciuti nel 2004  in Giappone durante uno stage di karate tradizionale (Trabucchi si allena a Fontanellato). Dopo un fidanzamento volante, tra un decollo e l'altro, «abbiamo deciso che era meglio sposarsi» scherza lei, ex studente di storia dell'arte e appassionata di Correggio, che ora fa l'insegnante freelance di inglese e giapponese.  A stupirla di più del nostro Paese sono «l'agitazione della gente. E la burocrazia: chi lavora in ufficio dovrebbe essere lì per aiutarti, ma non sempre è così». Uffici e appuntamenti. «Alle Poste si perde una mattinata. Oppure, per un esame del sangue ti dicono di presentarti alle 8,15: e scopri che a quell'orario oltre a te ci sono altre dieci persone».
Gli orari, altra nota dolente.  Per i giapponesi è buona norma  arrivare in anticipo; gli italiani,  be', lo sappiamo già per conto  nostro come sono. Ma basta  prenderci le misure. «Così, quando lavoravo come rappresentante e dovevo far incontrare  dei miei connazionali con dei napoletani, ad esempio, davo orari  diversi, e nessuno aspettava». E  poi c'è la tendenza ad alzare la  voce. «Qui c'è l'abitudine a parlare tutti insieme - sorride Kay Ohnishi -. In Giappone, quando  uno parla, gli altri ascoltano». All'educazione e all'ordine si dà molta importanza nel Paese del sol levante. «E' fondamentale fin dall'asilo, quando le madri dicono del loro bambino: “Spero che cresca senza dare fastidio”».  Non danno fastidio i bambini, e  gli anziani si fanno da parte. «Si  dice che i pensionati diventino  come fatti d'aria, trasparenti - dice Yoshie Mizushima -. Qui invece si è molto più attivi nella  terza età. E gli italiani non smettono mai di essere uomini e donne». Notevoli le differenze nei  rapporti di coppia. Il marito ideale per una donna giapponese? «Che sia sano, porti i soldi in  famiglia e stia il più possibile fuori casa. Per questo c'è un alto numero di divorzi dopo la pensione». La famiglia, in Italia, ha un valore diverso (nonostante l'erosione subita negli ultimi decenni). «Quando abitavo in centro - ricorda Kay Ohnishi - conoscevo tutti nel palazzo: facevo parte di una sorta di nucleo allargato».
Ma alla fine sono più i pro o i contro del Belpaese, per chi vie ne dalle isole del sol levante?  «Sono contenta della mia scelta -  dice Yoshie Mizushima -. Gli italiani sono molto umani oltre che  realisti. Certo, è dura, perché sono abituati a giudicare e a parlare direttamente. E' un popolo  strano, per noi: mescola solidarietà e menefreghismo». 
Ma un mix di diversità è ben accetto dai  giapponesi. «Il bello dell'Italia?  La differenza di paesaggi, l'incrocio di culture e tradizioni gastronomiche» dice Kay Ohnishi, che ha un debole per «culatello e  malvasia secca» e soffre un po' la  cucina parmigiana che «rischia  d'essere pesante, specie se ai fornelli c'è la mamma».  Yoshie Mizushima ha ovviato al problema.  «Ho imparato a fare io i tortelli -   sorride - e cucino italiano anche  quando vado in Giappone. Si trova tutto, ormai: dall'olio all'aceto  balsamico, fino alla pasta Barilla e Voiello». 

 

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