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Le badanti dell'Est: «Chiuse in casa per paura»

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Caterina Zanirato

Basta fare una passeggiata a parco Ducale per capire quali sono le badanti in regola e quelle senza documenti. Tutte sono sedute sulle panchine, a godersi il fresco dell’ombra. Ma appena ci si avvicina a loro, per fare qualche domanda, quelle non ancora regolarizzate inforcano la bicicletta e vanno via senza parlare. Quelle che invece, dopo anni di lavoro, sono riuscite a ottenere un contratto, e quindi il permesso di soggiorno, restano a parlare volentieri della loro condizione. «La nuova legge è giusta per alcuni aspetti, sbagliata per altri - spiega Svina Pereteatco, moldava, portavoce dell’intero gruppetto -. E’ giusto chiedere che facciano a tutte un contratto vero, che preveda orari di lavoro, ferie e retribuzione. Ma sono gli italiani che ci assumono a non volerlo fare. Spesso siamo noi a chiedere di pagare la documentazione, a patto di venire regolarizzate: preferiamo dare i nostri soldi allo Stato piuttosto che agli “sfruttatori”. Tante di noi, quando sono arrivate, non sapevano cosa aspettarsi e hanno lavorato in nero. E’ pesante, i documenti sono essenziali: solo così possiamo tornare a casa a vedere la nostra famiglia, i nostri figli. Solo così possiamo uscire di casa,  senza aver paura di essere fermate. Le irregolari non hanno paura solo dei controlli delle forze dell’ordine, ma anche delle aggressioni: se succede qualcosa, loro non hanno un’identità».
Per il gruppo di badanti moldave è invece negativo il fatto di considerare la clandestinità come un reato: «La maggior parte non è in regola anche a Parma - spiegano -. Tra loro, ci sono persone che lavorano in Italia da 5 anni. Sanno bene la lingua e assistono con cura agli anziani. Ora hanno paura a uscire di casa, vivono nell’ansia tutti i giorni: se vengono beccate,  vengono portate in galera. E tutto perché il loro datore di lavoro non le vuole mettere in regola».
 Ma i problemi potrebbero sorgere anche per loro, le «fortunate»: «Se l’anziano per cui lavoriamo muore,  dovremo iniziare tutto da capo, senza garanzie. E di fretta, con il rischio di tornare clandestine». Senza contare che il loro desiderio è quello di tornare a casa: «Se dovesse migliorare la situazione economica, vorremmo tornare in Moldavia - raccontano -. Per questo servono i documenti: tornando almeno una volta all’anno a casa,  possiamo mantenere i contatti con la vita della nostra città». La cosa migliore sarebbe quella di creare una sorta di centro per l’impiego: «Serve una struttura a cui rivolgersi per chiedere un lavoro, a cui lasciare le nostre esperienze, per essere selezionate e messe in regola. Ci dovrebbe rappresentare qualche associazione - spiegano -. Molte di noi sono laureate in medicina: i nostri titoli di studio dovrebbero essere considerati. Così come servirebbe un posto dove poterci trovare d’inverno: con il freddo siamo costrette a rimanere in casa tutto il giorno, ma anche per noi è importante staccare. Tutti i lavoratori hanno diritto a ferie e ore di riposo».
Molto più pessimista, invece, è un’ucraina che non vuole rivelare il nome: «Non serve a niente. Tanto lo trovano comunque il modo di venire in Italia. Sarebbe bello mettere tutti in regola, ma non succederà mai».


 

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