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Integrazione: Parma si piazza diciassettesima

Integrazione: Parma si piazza diciassettesima
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 Una piena integrazione a Parma? Traguardo possibile. Nonostante i problemi e gli episodi di microcriminalità che riempiono le pagine dei giornali. A dirlo è il XV «Rapporto nazionale sulle migrazioni 2009» della Fondazione Ismu che quest'anno scatta una fotografia sul pianeta stranieri impiegando uno strumento in più: il volume degli Indici di integrazione. 

Di cosa si tratta? Molto semplicemente di un numero compreso tra 0 e 1 (estremi di minima e massima integrazione) e basato su un'indagine effettuata su 12 mila immigrati residenti in 32 città. Ebbene, Parma si posiziona circa a metà classifica: al diciassettesimo posto (indice 0,49), segno che una buona convivenza tra italiani e stranieri nella nostra città è tutt'altro che impossibile.
Per quanto riguarda l'Emilia Romagna si piazzano bene Modena e Ravenna, quarte a pari merito con un indice di 0,54.
Guardando non alle aree geografiche ma alle persone l'indagine rivela che i più integrati fra gli stranieri sono le donne, i coniugati (specie con italiani) che hanno figli, coloro che hanno un'istruzione elevata e redditi abbastanza alti. E poi ancora: gli stranieri che sono in Italia da molto tempo, quelli che vivono con i familiari, in autonomia abitatativa e che mantengono pochi legami di relazioni e di aiuto economico con il Paese d'origine.
Se si guarda le aree di provenienza, il gruppo più integrato è quello che arriva dall'America Latina (al primo posto i brasiliani, poi i dominicani) seguito dall'Europa dell'Est (in pole position gli albanesi). Fanalino di coda, invece, è l'Asia.
Se si guarda alle diverse religioni, il punteggio più alto in questo caso è raggiunto dai copti, seguito dai cattolici e da coloro che non praticano nessuna religione.
Il rapporto evidenzia inoltre che cresce il popolo degli immigrati regolari in Italia. Al 1° gennaio 2009 gli stranieri in regola erano 4,8 milioni: mezzo milione in più rispetto al 2008. Di conseguenza diminuiscono gli irregolari: dai 651 mila del 2008 ai 422 mila del 2009.  
 

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  • dj manage

    21 Dicembre @ 20.06

    ma mi chiedo per che cavolo mettete sempre la foto di un nero... cavolo se nn ho letto male tra la classifica (INUTILE perché integrarsi nn è una gara) che hai fatto gli africani nn son nominati,.

    Rispondi

  • giuliana

    21 Dicembre @ 16.29

    Da un'editoriale di Giovanni Sartori- Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità » dell’islamico. Se­condo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall'espe­rienza. La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che. La risposta è sconfor­tante: no. Il caso esemplare è l’In­dia, dove le armate di Al­lah si affacciarono agli ini­zi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominaro­no l’intero Paese. Si avver­ta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finisse­ro in un mare di sangue. Conosco, s’intende, an­che altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Tur­chia. Tutti casi che rivela­no un ritorno a una mag­giore islamizzazione, e non (come si sperava al­meno per la Turchia) l’av­vento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico. Veniamo all’Europa. In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai. Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se. Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re. Vuoi vedere che anche a sinistra cominciano a svegliarsi?

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