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Visto da Parma - Diciamo basta al martirio delle donne immigrate

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Pino Agnetti

Adesso basta. Basta con la finta e cinica politica dell’integrazione basata sui cosiddetti «mediatori culturali». Cosa vogliamo «mediare» quando, dall’altra parte, ci sono non degli uomini, bensì dei cavernicoli che considerano le donne fin da bambine come un oggetto di propria esclusiva proprietà? Quando, le cronache sono piene da anni di casi atroci di padri che sgozzano e poi seppelliscono in giardino le figlie solo perché queste ultime avevano osato sognare una vita normale (andare a scuola, mettersi un paio di jeans, uscire e magari sposarsi con un ragazzo scelto da loro invece che dal clan familiare)?  

Le ragazze immigrate di seconda generazione in Italia sono circa 175.000. Ebbene, molte di loro sono candidate a un matrimonio «combinato». In modo particolare, se appartenenti alla comunità pachistana e indiana, marocchina ed egiziana. Il risultato? Semplicemente allucinante. Come rivelato di recente dal Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, ogni anno in Italia si contano 2.000 (duemila!) spose bambine. Il che significa solo una cosa. E cioè che, mentre un sacco di soloni e di «esperti» continuano a straparlare (magari pure pagati con danaro pubblico cioè nostro) di dialogo interetnico e di lotta al razzismo, i matrimoni sommersi si moltiplicano a vista d’occhio. Così come gli stupri, le segregazioni domestiche, le induzioni allo stato di pura e totale schiavitù. Questo, non nell’Afghanistan medievale e tuttora sotto la minaccia di un nefasto ritorno al potere dei Talebani. Ma proprio qui da noi. Vale a dire in alcune delle regioni più ricche ed evolute d’Italia e d’Europa, dove oramai ha attecchito e anzi di fatto è tollerato il più odioso e antico dei razzismi: quello dell’uomo ai danni della donna. Perché ormai non si contano più le storie in tutto e per tutto identiche a quella della giovane marocchina residente nel parmense che ha avuto il coraggio di ribellarsi al proprio crudele destino. La storia ad esempio di Almas, la diciassettenne pachistana rapita dal padre un paio di mesi fa a Fano (perché ritenuta colpevole di essersi troppo «occidentalizzata») e salvata solo in extremis dai carabinieri. La storia di una adolescente marocchina di Novara finita sua volta nell’ingranaggio infernale dei «matrimoni combinati». Diciassette anni e già una figlia di 4 mesi, deve la vita a una vicina di casa. La storia di un’altra adolescente egiziana residente a Milano la quale, prima del matrimonio, ha chiesto e ottenuto almeno una «garanzia»: continuare la scuola e poi andare all’università per laurearsi.
Verrebbe quasi da ridere, se non ci fosse invece da piangere e da inorridire. Al solo sapere, altro scandalo tenuto purtroppo nascosto, che nel nostro Paese vivono 35.000 donne immigrate che hanno subito l’infibulazione e che oltre mille di loro hanno meno di 17 anni.  O che la poligamia - proibita in Tunisia dal 1959 - da noi invece è in continua crescita. Vogliamo davvero costruire e realizzare l’integrazione? Bene. Smettiamola con le prediche. E mobilitiamoci tutti - cittadini, partiti, sindacati, amministratori - al fianco delle migliaia di ragazze immigrate che ogni giorno rischiano la vita in questo Paese. In che modo? Denunciando, invece che cercando ogni volta di «giustificare», i loro abietti torturatori. E chiedendo per loro il massimo possibile della pena. Solo così questo orrendo martirio potrà avere finalmente termine.    
                                                                                    
 

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  • mauro

    13 Aprile @ 18.40

    nell'articolo della giornalista sull' argomento non c'e' ombra di pregiudizio e razzismo;in questo c'e' n'e' a iosa. la solidarieta' di un maschio e' sempre imbarazzante.

    Rispondi

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