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Cleo, dal Burkina Faso a Parma passando per l'inferno di Rosarno

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 Margherita Portelli

Il Burkina Faso ce l’ha dentro, Cleophas Adrien Dioma. Del suo paese gli manca tutto: la famiglia, i colori, il caldo spesso insopportabile, le strade polverose. E quando vi fa ritorno - in quella fetta di continente nero che ricorda con aria nostalgica -, però, si rende conto di essere anche un parmigiano: «Dopo qualche settimana lontano da Parma - sorride - sento il rimpianto di quella che, ormai, è a tutti gli effetti casa mia, e allora mi manca la nebbia, il prosciutto crudo. Persino l’aperitivo in via Farini». 
È come se fosse in bilico tra due luoghi. Due case: una che ha dovuto salutare dodici anni fa, quando decise di emigrare in Europa, e l’altra che si è costruito con fatica, nel tempo, nella nostra città. Cleophas oggi è felice, lo dice apertamente e glielo si legge negli occhi: il suo lavoro è la scrittura, collabora come giornalista per diverse testate, è educatore in un centro d’aggregazione giovanile e da otto anni organizza la rassegna «Ottobre africano».
 Lui ce l’ha fatta, è il chiaro esempio di quell'integrazione di cui si fa tanto parlare e che, a volte, facciamo fatica a vedere: «Quando sono arrivato in Italia, però, dopo un primo periodo in Francia, non è stata certo una passeggiata - racconta -. Ho fatto due anni da clandestino nel meridione, lavorando sempre in nero, prima nella raccolta dei pomodori a Foggia, poi a Rosarno: le situazioni tragiche che abbiamo visto in televisione pochi mesi fa le ho vissute in prima persona. Lavoravamo a ritmi inumani per niente e dormivamo al freddo in una fabbrica abbandonata. Quella volta che mi hanno sparato contro, poi, ho deciso di andarmene». Lo sconforto, però, non ha prevalso e da lì è iniziato il percorso che l’ha portato alla regolarizzazione: «L'avere i documenti in regola mi ha permesso di sperare in un futuro. Tant'è che il momento che ricordo con maggior tristezza è quando, quattro anni fa, per una serie di vicissitudini, ho perso il permesso di soggiorno. Mi sembrava di aver buttato via tutti i sacrifici accumulati in quegli otto anni». 
Quando arrivò a Parma, Dioma, ha dovuto arrangiarsi: «I primi tempi non avevo una casa. Dormivo in stazione. Poi ho trovato un lavoro come metalmeccanico in provincia, e da lì le cose sono iniziate a migliorare». 
Poi la svolta che, come succede sempre in questi casi, è stata dettata da una sorte benevola: «Ho iniziato ad inviare dei testi all’Internazionale - ricorda - perché mi aveva colpito il fatto che dessero spazio a giovani scrittori del Burkina Faso. Sin dal primo articolo pubblicato ho capito che quello poteva essere il mio mestiere. Ora collaboro anche con la rivista on-line Domani Arcoiris e con L’Internazionale Solidarietà». 
Cleophas oggi è pienamente integrato. «Mi ricordo il momento in cui mi sono reso conto di sentirmi italiano: è stato quando mi sono arrabbiato perché una persona mi ha trattato con disprezzo chiamandomi "negro". Prima non mi sarei mai offeso, era la normalità». 
Il cuore ovviamente è a cavallo tra due continenti, ma il suo  futuro, Cleophas, lo immagina a Parma: «Il mio percorso professionale mi lega all’Italia - conclude -, e a Parma mi trovo benissimo, è una città tranquilla. Oggi le persone mi prendono un po' come esempio, leggono i miei articoli, mi chiamano ai convegni per dare la mia testimonianza. L’altro giorno mi sono ritrovato a pensare che tutte le mie "sfighe", alla fine, mi hanno portato anche un po' fortuna».
 

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  • giuliana

    08 Giugno @ 08.53

    La storia di Cleophas Adrien Dioma dimostra che l'immigrazione nel nostro paese, perché funzioni al meglio, ha bisogno di essere strettamente legata all'esistenza di un posto di lavoro che garantisca la possibilità di una vita dignitosa. Dunque legalità, correttezza e chiarezza nei rapporti fin dall'inizio. L'immigrazione costituisce un problema quando, come è successo in questi ultimi anni, è diventata un'invasione indiscriminata e incontrollata che nessuno Stato di buon senso avrebbe mai dovuto permettere per non compromettere le basi della sua stessa esistenza. Che la politica del "tutti dentro" sia stata fallimentare lo dimostra l'ipocrisia di chi per anni ha strombazzato che gli immigrati costituiscono una ricchezza e che saranno loro a pagare le pensioni degli italiani. Già questa folle dichiarazione portava in sè un sottinteso senso di sfruttamento che non doveva essere tollerato. L'entusiasmo di Cleophas è contagioso perché lui per primo dimostra di apprezzare e condividere, nel bene e nel male, la nostra italianità. E' il senso di appartenenza a questa sua nuova patria che, non togliendo nulla all'amore per quella d'origine, lo ha arricchito e di conseguenza arricchisce anche noi.

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