Strajè-Stranieri

Karima e le altre: giovani rifugiate raccontano le loro storie di (non ordinaria) violenza

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Donne rifugiate e migranti: il Cso L’Orizzonte di Parma porta l’esperienza della città e della provincia al convegno nazionale giovedì 17 giugno, a San Benedetto del Tronto, nella sala polivalente del Comune.
E’ il presidente del Centro di Solidarietà L’Orizzonte onlus Roberto Berselli a portare l’esperienza di Parma e della provincia al convegno nazionale «Migrazioni marginali: rifugiati e richiedenti asilo, vittime di tratta, progetti migratori...».
Pubblichiamo alcune storie di ragazze fuggite dai loro Paesi in seguito a violenze e persecuzioni.

Sopravvissuta alle squadre della morte in Costa d’Avorio: accolta a Parma, oggi Yasmine lavora e ha una casa in cui vivere
Yasmine è una donna di cinquant'anni, ha un marito e due figli. Viene dalla Costa d’Avorio. Nel suo Paese era membro simpatizzante di un partito politico dove suo marito era attivista. Il Governo, attraverso le sue "squadre di morte", ostacolava in ogni modo il gruppo, tramite rapimenti, minacce di morte, assassini. Il marito di Yasmine ha subito interrogazioni, intimidazioni e violenze fisiche. L’intera famiglia è stata oggetto di tentativi di rapimento e ha dovuto lasciare la propria casa: a quel punto Yasmine ha dovuto affidare i figli ad amici, è scappata in Ghana da un’amica e del marito non ha mai più avuto notizie.Grazie all’amica ghanese, è riuscita ad avere un passaporto e un biglietto d’aereo per l’Italia. Ancora oggi non riesce a dormire a causa degli incubi che la tormentano: il suo pensiero costante è rivolto ai figli lontani. Tuttavia sta cercando di ricostruire la sua vita a Parma. il Progetto FER le ha dato un’opportunità in questo senso: ha imparato l’italiano, è riuscita a trovare un lavoro temporaneo in una cooperativa di Parma e, finalmente, anche una casa in cui vivere.

Sequestrata, picchiata e violentata: lontano dalla Costa d’Avorio, Ambrose Deonie sogna di ricongiungersi con le figlie
Ambrose Deonie è nata nel 1980 in Costa d’Avorio, è di nazionalità ivoriana e di religione musulmana. Si è sposata con un militare e da lui ha avuto due figlie. Ha frequentato la scuola fino alla terza media, poi ha seguito un corso di formazione professionale: di cucito. Ha aperto un laboratorio di cucitura nel centro della sua città di residenza. Nel maggio del 2008 il Primo Ministro ha effettuato una visita nella città e per l’occasione era prevista la mobilitazione di tutti gli ex-combattenti. Il capo dei vecchi militi di zona - il marito di Alara ne era stretto collaboratore - non si è presentato. Questo atto di indisciplina, considerato un tentativo di sabotaggio e di ribellione, si è ripercosso sui colleghi del comandante e sulle loro famiglie, dichiarati ricercati. Durante una perquisizione il fratellino del marito di Alara è stato ucciso e la sorella ha ricevuto una pallottola nel piede, il tutto perché dicevano di ignorare dove fosse loro fratello maggiore. Alara è stata sequestrata, picchiata e violentata: da allora ha dolore agli occhi, alla colonna vertebrale e al basso ventre. Non avendo più notizie del marito e sapendo che la sua vita era in pericolo, è scappata ad Abidjan: qui un amico di suo fratello, in cambio di tutti i soldi che aveva, le ha organizzato il viaggio in Italia.Oggi Alara, grazie al Progetto FER, ha imparato la lingua italiana e ha trovato un lavoro temporaneo in una cooperativa di Parma. Il suo sogno è quello di ricongiungersi finalmente con le sue figlie.

Scappata dagli orrori della Nigeria, Abigail attende dal 2008 il riconoscimento dello status di rifugiato: a Parma può professare liberamente il credo cristiano
Abigail è nata in Nigeria nel 1989 da madre commerciante e padre pastore in una chiesa locale. Come cristiani, era per loro difficile la vita in una comunità a predominanza musulmana. Di solito si trattava di aggressioni verbali, ma in seguito erano girate notizie su una banda di giovani delinquenti armati di machete e frecce, che arrivavano a distruggere le chiese del nord del Paese, probabilmente come violenta risposta alle provocazioni delle vignette sul Profeta Maometto pubblicate in Danimarca. Nel settembre 2007, una mattina Abigail si è recata in chiesa coi genitori. Durante la celebrazione hanno udito delle voci avvicinarsi sempre di più, allora hanno chiuso la porta e hanno continuato a pregare, ma i delinquenti hanno incominciato a lanciare pietre sul tetto della chiesa, forzando la porta sono riusciti ad entrare e hanno cominciato a picchiare tutti i presenti. Abigail è riuscita a correre via con altri, ma suo padre è rimasto con la madre, costretta in carrozzina e quindi impossibilitata a scappare. Entrambi, insieme ad altre quattordici persone rimaste nella chiesa, sono stati percossi e poi bruciati vivi. La ragazza è rimasta qualche giorno nel deserto, poi è tornata, ma nel suo paese veniva riconosciuta e insultata, allora si è rifugiata per due mesi nel deserto, poi per altri tre in un paese musulmano nascosta in un fabbricato abbandonato, dopodiché è passata in Niger, infine in Libia dove è riuscita ad unirsi a una barca diretta in Italia. È arrivata in Italia nel giugno del 2008.In Italia, Abigail è stata accolta ed assistita dal Centro di Solidarietà L’Orizzonte onlus che oggi la segue nel suo percorso per il riconoscimento dello status di rifugiato. Grazie al progetto FER, inoltre, ha imparato la lingua italiana.

Dopo le violenze subite più volte in Uganda, Ayala è fuggita: oggi è iscritta a scuola, frequenta un corso di danza e lavora come commessa in una bottega equo-solidale di Parma
Ayala ha diciannove anni ed è nata in un villaggio dell’Uganda. Qui è in corso da oltre vent'anni una guerra civile tra le forze governative ed un gruppo di ribelli che attaccano i civili delle altre comunità, come quella di Ayala, violando in molti modi i diritti umani: infliggono mutilazioni, torture, stupri, rapimenti, massacri e sfruttano bambini soldato. I genitori di Ayala vendevano i prodotti della loro fattoria recandosi ogni martedì e sabato al mercato più vicino. La guerra civile era un grande ostacolo per questi loro viaggi. Un giorno sono partiti come di consueto e non sono più tornati. Ayala aveva dieci anni ed era figlia unica. È rimasta nel suo villaggio a lavorare in una fattoria in cambio di vitto, alloggio ed istruzione. Gli attacchi dei ribelli erano frequenti: di solito arrivavano di notte e bruciavano le case, anche con le persone dentro, rompevano tutto, rapivano bambini per usarli nel loro esercito, sequestravano ragazze per costringerle a diventare loro mogli, abusavano di loro e le uccidevano se non obbedivano. Ayala ha assistito ad aggressioni e mutilazioni, ha visto tagliare nasi e bocche. Lei stessa è stata picchiata più volte, spesso con dei rami, e ha subito violenza sessuale. Pagando una somma di denaro è riuscita a fuggire insieme ad un gruppo di persone. Dopo sei giorni di viaggio sono arrivati in Sudan, poi in altre tre settimane hanno raggiunto la Libia, ma il viaggio non è stato semplice da sopportare: i traghettatori picchiavano le donne e le minacciavano con la pistola, a volte le violentavano; il carro era piccolo e portava più persone di quelle che poteva contenere, a volte le persone cadevano. Si poteva mangiare una sola volta al giorno. In Libia Ayala non capiva la lingua, ma è rimasta 6 mesi cercando un modo per arrivare in Spagna. Alla fine ci è riuscita, però a Madrid le è stato detto che era difficile che accettassero domande d’asilo. Un giorno Ayala ha preso un treno per l’Italia. È giunta alla stazione di Milano alle cinque del mattino.In Italia è stata accolta presso l’associazione Pozzo di Sicar di Parma ed assistita dal Centro di Solidarietà L’Orizzonte di Parma. Finalmente nel maggio scorso, è riuscita ad ottenere lo status di rifugiato. Oggi, grazie anche al progetto FER, ha la possibilità di recuperare la sua giovinezza: si è iscritta a scuola, sta facendo un corso di danza e lavora come commessa in una bottega equo-solidale della città.

Dopo la fuga in Italia, Cleophes ha scelto Parma perché sapeva che nella squadra di calcio della città giocavano ivoriani
Cleophes è nata il primo giorno dell’anno 1975, viene dal nord della Costa d’Avorio ed è di religione cristiana evangelica, al contrario dei genitori, che erano musulmani, come la gran maggioranza degli abitanti della sua regione. Lei si è convertita in seguito all’arrivo di un missionario evangelico e questo le ha causato molte critiche nel suo villaggio, nonché litigi con il marito, che si opponeva violentemente alla sua scelta.Quando la guerra è scoppiata, lei era al lavoro nella capitale economica del Paese. Commerciava frutta e abiti tradizionali. Ad un certo punto alcune donne, notando il suo abbigliamento del nord, hanno iniziato a minacciarla in tal modo che una folla è accorsa attorno a loro, come se fosse stata colta in flagranza di furto. Grazie all’intervento di un autista è riuscita a scappare. La guerra è divenuta presto infernale, un susseguirsi di rapimenti, false accuse, esecuzioni di innocenti. I missionari evangelici sono partiti, i giovani si sono organizzati come ribelli e tra questi anche il marito di Cleophes, che è poi scomparso. Lei è stata intimata di lasciare il paese. Tramite un amico libanese di suo marito, acquirente di prodotti che faceva imbarcare al porto di San Pedro, è riuscita a raggiungere la Spagna. Lui l’ha raccomandata ad un marinaio di una nave merci, che l’ha fatta sbarcare a Genova insieme ad altri quattro, con la raccomandazione di stare attenti a non essere notati dalla polizia. Si sono dunque separati e lei ha preso un treno per Napoli, dove ha preferito rimanere in stazione con dei senegalesi. Una moglie di questi, però, le ha trovato lavoro presso una famiglia di napoletani, che la sfruttava negandole un salario. Ha quindi deciso di fuggire ed è salita su un treno per Parma il 28 luglio 2007. Sapeva che nella squadra di calcio giocavano degli ivoriani.Oggi Cleophes è riuscita a trovare un lavoro a Parma grazie al Progetto FER e, insieme ad altre connazionali, anche una casa in cui vivere. È determinata a lasciarsi alle spalle le sue drammatiche esperienze e a ricostruire la sua vita qui a Parma.

Karima ha imparato l’italiano e ha trovato un lavoro temporaneo in una una cooperativa della città
Karima è nata in Burkina Faso nel 1980. Suo padre è musulmano, ha quattro mogli e trentasei figli. Lei ha studiato e conseguito certificati di attitudine professionale in transazioni, trasporto e logistica. Ha anche frequentato corsi di formazione di informatica ed assistenza sociale. Per il suo stage di studi si è spostata nella capitale, dove ha conosciuto uno studente nigerino ed è rimasta incinta fuori dal matrimonio, cosa proibita dalla religione musulmana, dalla tradizione del suo paese e dal regolamento dei suoi studi. Si è rifugiata in un centro di accoglienza per ragazze madri finanziato da italiani. Ha partorito sua figlia nel 2002 e si è convertita al cristianesimo. Suo padre l’ha minacciata di cacciarla dalla famiglia e si è opposto al matrimonio col nigerino.Nel frattempo Karima ha dovuto abbandonare l’associazione, perché erano finiti i finanziamenti. Ha chiesto perdono al padre, che l’ha accettata in famiglia, purché non tenesse con lei la figlia e sposasse un suo amico anziano. Lei era disposta a farlo per preservare la sua dignità, ma doveva sottoporsi ad escissione prima del matrimonio. Karima aveva paura dell’escissione e non l’ha fatta, pensando che il vecchio l’avrebbe rifiutata, ma è rimasta incinta una seconda volta. Suo padre l’ha picchiata e lei ha perso il bambino. In seguito le donne anziane le hanno operato l’escissione e lei ha sofferto enormemente. Ha denunciato suo padre alla polizia, che è stato arrestato, ma poi è uscito su cauzione. Il nigerino è scappato nel suo paese, perché suo padre poteva ucciderlo, non si poteva contare sulla giustizia. Karima è scappata con la figlia, ma suo padre ha incaricato alcuni giovani di trovarla. Grazie all’aiuto di un’amica è riuscita ad affidare la figlia al padre in Niger e a recarsi in Senegal: da qui ha preso un aereo diretto in Italia, dove si è poi spostata a Parma, seguendo il consiglio di un senegalese. Oggi Karima, grazie alle opportunità messe a disposizione dal Progetto Fer, ha imparato l’italiano e ha trovato un lavoro temporaneo in una una cooperativa della città.
 

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  • carla antonelli

    15 Giugno @ 21.34

    veramente toccanti tutte queste storie di donne. Spero che i vostri sogni possano diventare realtà

    Rispondi

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