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Il Maggiore? Un ospedale multietnico

Il Maggiore? Un ospedale multietnico
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Monica Tiezzi
Come spiegare ad un paziente che non conosce l'italiano i possibili effetti collaterali delle radiazioni o dell'uso dei mezzi di contrasto? Come  informarli  che alcuni esami richiedono una procedura di preparazione? Come capire se il paziente soffre di allergie o se ha chiari     gli adempimenti burocratici per eseguire l'esame e ritirare il referto? Sono problemi che al dipartimento di Radiologia e diagnostica per immagine dell'Azienda ospedaliero-universitaria devono affrontare quotidianamente, e che creano incomprensioni e a volte tensioni con i pazienti stranieri.
Per agevolare i rapporti tra operatori e immigrati  si è formato l'agosto scorso un gruppo di lavoro che ha impostato un progetto  con scadenze ravvicinate: «Tradurre in inglese,  francese, rumeno, moldavo, albanese, arabo e in una lingua africana la modulistica per la preparazione agli esami e per il consenso informato e metterla a disposizione, entro tre mesi, agli operatori del dipartimento - spiega la direttrice Livia Ruffini - . Consegnare entro sei mesi la   modulistica tradotta anche ai medici di famiglia, e infine creare entro un anno,  nel dipartimento,  un punto dedicato agli stranieri di accettazione e informazione, con l'aiuto di un mediatore culturale».
Se ne è parlato ieri all'incontro al Maggiore su «Sanità multietnica in ospedale. Il ruolo degli operatori», che è stato un altro tassello del progetto.
 

Nel 2009 sono stati ricoverati al Maggiore 5.254 cittadini stranieri, compresi 624 neonati, corrispondenti al 10% di tutti i ricoveri. Un trend in aumento negli ultimi due anni (+15% rispetto al 2007) che vede fra i reparti più frequentati dagli stranieri l'ostetricia e ginecologia e  i reparti pediatrici, seguiti dagli   internistici e  chirurgici. Tra gli immigrati ricoverati c'è una predominanza di africani, seguiti da cittadini dell'Est europa, asiatici ed europei comunitari, in linea con la composizione dei migranti   residenti nella provincia (45.994 nel 2009).
 L'aumento della  presenza degli immigrati in ospedale, spiega l'antropologa Vincenza Pellegrino, è  coinciso con un aumento della conflittualità nei luoghi di cura, dovuto ad un cambiamento culturale che ha  cancellato il  rapporto di subordinazione del paziente nei confronti dei medici. Ed  è  coinciso anche, aggiunge la ginecologa Adele Tonini, ex dirigente dello spazio salute immigrati dell'Ausl, con la  recente  ondata di migrazione «che, a differenza del  primo flusso  composto  da stranieri con discrete risorse culturali ed economiche, che portavano un patrimonio di salute», presenta oggi una maggiore varietà di problemi: «malattie contratte in Italie,  patologie tipiche dei Paesi di provenienza, e patologie croniche, dovute all'invecchiamento degli immigrati e ai ricongiungimenti familiari che hanno visto arrivare in Italia le generazioni dei nonni», dice la Tonini.
 In questo contesto, la mediazione culturale diventa cruciale «se non è solo lavoro sporadico di traduzione, ma un progetto a medio-lungo termine, affidato a professionisti preparati», ammonisce   Tahiraj Vojsava, albanese, da otto anni mediatrice per il Comune. Solo così infatti, dice Vojsava, «la mediazione diventa conoscenza reciproca e aiuta  non solo l'immigrato, ma anche le istituzioni del Paese ospitante a cambiare, crescere  e migliorare».

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