Strajè-Stranieri

C'era una volta "Lestero": i migranti di ieri

C'era una volta "Lestero": i migranti di ieri
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di Stefano Rotta

TARSOGNO - Al cimitero deve farle, le interviste». Bar di montagna. I blu e gli ori sono scatenati: è l’ultimo caldo appenninico che annuncia il gelo dell'inverno. Loro non ci sono più. Sono morti, stecchiti, stanchi: come gli aghi dei larici lì fuori, sono caduti tutti, uno dopo l’altro. E allora te lo dicono senza girarci intorno: «Ce n'è ancora pochi di noi, che hanno fatto l’emigrazione vera».

Di persone partite nel secondo Novecento, invece, e tornate per la «villeggiatura» della terza età con l’aria buona, ce ne sono ancora, e molte: basta sentire le voci. C'è gente perfettamente bilingue, in giro: tarsognino e inglese. Neanche una parola di italiano. Perché se la mamma ti ha svezzato in dialetto, il prete detto messa in latino e ascoltato nella lingua della montagna, ci ha poi pensato la vita a sbatterti in faccia l’inglese, il francese, lo spagnolo. Così al bar, fra grappe e bianchini, si fa scopa in tarsobroccolino, o si butta giù il tre di briscola con pronuncia parigino-valtarese. 
La prima voce è quella di  Giobatta Solari. «C'era vento di guerra negli anni '30. Mio nonno era reduce del '15-'18. Prese tutti i suoi risparmi e mandò mio padre in Sudamerica». Comincia così il racconto: con un padre che vuol levare ai figli il sangue della guerra. Partì da Genova, con una valigia e il soprannome di «Amedeo» e arrivò in Cile dallo zio. «Quei viaggi potevano durare anche sessanta giorni. E non eri neanche sicuro di arrivare nel luogo dove pensavi di approdare. Viaggi di duri sacrifici, sulle navi a vapore. Lì, si occupò di un’attività commerciale: vino, liquori, bevande. Nel 1971 venne via, erano anni politicamente brutti in Sudamerica, ma ci è rimasta la nostalgia del Cile. Voleva venire a morire in Italia».
Alcuni raccontano che «là si faceva comunità», si «giocava alle bocce»; partendo, il più delle volte, si raggiungeva un cugino, un cognato, uno zio: cosa che accomuna molte ondate migratorie, con in più le caratteristiche tentacolari della famiglia italiana di quei tempi. «Io facevo il barbiere. Facevo quello», dice un signore. L’amico aggiunge: «Avevo uno zio in Messico, ma erano scaduti i permessi: niente, “non entrate”, mi hanno detto alla frontiera degli Stati uniti. Come adesso per quelli che arrivano dalla Libia. Lo zio è riuscito a farmi arrivare in Canadà. Lì c'era bisogno di manodopera».
Poteva succedere, com'è successo a New York, che qualcuno dovesse tornare in patria per motivi di salute: e i tarsognini hanno fatto una colletta per comprare il biglietto.

Chi parte non scappa da una cartolina. Sono luoghi splendidi, cari a Maria Luigia, la quale - si dice da queste parti  - aveva lasciato ai contadini il monte Zuccone, cosicché potessero prenderne legna per scaldarsi e pietre per le case; ma non c'è polenta per tutti, qualcuno contrabbanda col mare per sopravvivere: gli «spalloni». Di là uova e polvere da sparo, di qua sale, olio, olive. Su per i crinali con mezzo quintale di merci in spalla. A piedi. Per i sentieri del bosco. Quelli che poi, qualcuno, ha deciso di fare per l’ultima volta e giocare secco con la vita: ponte nave, altro mondo. Qualcuno ha fatto 35 giorni di bastimento per fare il panettiere in Australia; forse per avventura, forse perché qui pochi avevano i soldi per comprare il pane già fatto, bianco magari. Forse - ma lo sanno solo loro, e sono morti quasi tutti -  perché non si emigra solo per bisogno, ma anche per eccesso di sogno.
Così, come adesso ci sono i pakistani nelle cascine dimenticate verso l’argine del Po, fra Pieveottoville, Ragazzola, Frescarolo, Spigarolo, Ardola, Roncole, Busseto, o i senegalesi nelle basse di Mezzani, allora potevi trovare un borgotarese e un bergamasco dar di scure nelle foreste australiane; un bardigiano e un friulano dirsi due parole chissà in quale lingua dopo dodici ore di lavoro nel deserto.

Una visita al Museo degli emigranti e dei bestraiau di Tarsogno, è utile per farsi un’idea di questo mondo. Popolato di orsari, scimmiette, ciotoline, mercivendoli. Ci sono anche alcune lettere giunte da lontano. Righe con calligrafia scolastica, forse per l’imbarazzo del foglio bianco sotto una mano abituata a gesticolare, lavorare, non a scrivere. Quindi Valencia, in Spagna, diventa un più familiare «Scrivo da Val Encia», e la busta si americanizza in «inveloppa».
Queste cose, e molte altre, sono ben raccontate in un vecchio libricino stampato dalla tipografia «La Nazionale», in Parma, nel 1979. L’autore, Giuseppe Boselli, raccoglie un’antologia di scritti da lontano: dal Belgio a Compiano, dalla Francia a Caboara, da New York ad Albareto. E via così. Da San Francisco a Bedonia, per esempio, passano l’oceano i sentimenti sgrammaticati dei contadini; che si informano di quando valga la «granalia», di come vanno le bestie, e di ricambio magari arriva secco quel «è morto il nonno, di bellissima morte». Ci si scrive un po' di tutto: conti domestici, vecchie rivalità familiari non sopite nemmeno saltando sette meridiani, e poi l’amore. Senza farsi capire troppo, perché le lettere venivano lette, magari in lacrime, ad alta voce, da tutta la famiglia, o talvolta dal postino stesso, quando chi riceveva era analfabeta. Dal Belgio a Compiano, 26 marzo 1872: «... che piacere per me sarebbe stato se avesse potuto esserci, e se avesse avuto le ali come un uccello credi pure che sarei venuto senza esserci invitato, ma infine per me una consolazione sapendo mia sorella maritata col mio caro amico che aveva. E poi un po più tardi se a Dio piace si rivedremo, e saremo anche più uniti che da prima». Chiude: «Io spero d’essere a casa per S. pietro: a porcigatone dunque per vedere quelle belle Borghesanette». (si noti a chi è riservata la maiuscola).

Ci sono lettere mistiche, animistiche, sulla necessità che le cose vadano così, e non altrimenti, perché così ha stabilito Dio, o perché così vanno le cose, di qui o di là del mondo. Lettere impostate, quasi marziali; lettere che fanno sorridere («Tìn vio i saluti», «mandatemi polenta con formaggio», «sogna lamore baci», «... sembrano vecchi di 50 anni mentre i più vecchi anno venticinque o 26 anni dunque puoi immaginare che posto sono»).
Non c'è solo la superstizione, la cultura dei campi, a passare l’oceano. Ci vanno anche i sacerdoti. Dalla diocesi di Piacenza, cui appartengono parti dell’appennino parmense, partono alcuni ministri di culto. Per dir messa, ma anche per far comunità. Con iniziative singolari, può capitare: a San Francisco si stampa il «Pellegrino della Val Gotra», o «L'Araldo della Madonna di S. Marco». Per chi vuole inoltrarsi in una carrellata di esistenze normali, di normali emigranti, c'è un altro bel libro: «Da lontano... con amore», stampato dell’«Artegrafica Silva» e curato da Camillo Del Maestro. Quest’opera informa che dal '51 all’81 (Novecento, dati della Comunità Montana), hanno lasciato il territorio circa 30 mila persone, la maggior parte verso l’estero, dalle miniere del Belgio ai cercatori d’oro nello Yukon River. Un prete, don Emmanuelli, parroco di Sambuceto, scriveva nel 1870 di una «grave calamità»: metà della gente del suo paesino, se n'era andata.

Una battuta per dar l’idea di chi è nato nel 1904 (e al cronista di oggi, ormai, non può dir più niente): parla Domenico Brattesani, da San Francisco: «Per chi, come il sottoscritto, possedeva un mezzo di trasporto (un carro a quattro ruote trainato da buoi) e buone braccia, guadagnare da vivere non era un problema a Borgotaro negli anni 20. Ma l’idea fissa dell’America era nata dai racconti di mio nonno. Così, appena ho realizzato il sogno di sposare Italina, sono partito». L'idea del ritorno, come ai migranti di oggi, affascinava anche quelli di allora. Dice Brattesani:  «La mia grande aspirazione è quella di poter tornare al Borgo, per rivedere amici e parenti e ricordare i tempi terribili, ma pieni di fascino, della giovinezza». Stessa cosa per Pietro Delpoio: «Alla mia età ormai non posso fare a meno di cullare il desiderio di un ritorno per godere il frutto del mio lavoro, del mio sacrificio».
 

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  • Camila Parada Raineri

    27 Gennaio @ 20.11

    Bell'articolo! Mi piacerebbe leggerne tanti così. Trovo sempre interessante ed emozionante conoscere le esperienze degli emigranti italiani. Grazie Rotta!

    Rispondi

    • Stefano

      27 Gennaio @ 21.50

      Grazie a voi! Questo lavoro è bello perchè da qualche parte si nascone sempre gente come voi. Buena suerte.

      Rispondi

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