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I tunisini di Parma: paura per i nostri parenti

I tunisini di Parma: paura per i nostri parenti
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 Caterina Zanirato

Sono giorni di tensione quelli che vive la comunità tunisina a Parma. In molti, infatti, temono per la sorte dei propri familiari e amici che risiedono in Tunisia, dopo gli scontri dei giorni scorsi a Kasseerine e la serie di arresti e rapimenti di oppositori al governo, tra i quali compaiono nomi di giornalisti e cantanti noti al grande pubblico.
 A spaventare ancora più della violenza, però, è la totale mancanza di informazioni: «Fino a qualche giorno fa, ero costantemente aggiornato sulla situazione da parte dei miei famigliari e dagli amici su Facebook, Twitter e YouTube - racconta Mohamed, un ragazzo tunisino che vive a Parma da 4 anni (non vuole fornire il nome intero per paura di ripercussioni, ndr) -. Ora però hanno iniziato a chiudere tutti i siti internet. Posso parlare con la mia famiglia solo al telefono. E sinceramente nemmeno loro riescono a capire bene la portata della protesta e quello che sta succedendo. Parlano di una ventina di morti? Saranno almeno 50». 
Una cosa è certa: «Ieri hanno chiuso le scuole, le università, i luoghi pubblici anche a Tunisi, nonostante la rivolta sia nata a sud del paese e sui confini con l’Algeria. Spero che la situazione non degeneri in una guerra civile. So che hanno aperto il confine con la Libia, per far uscire dalla Tunisia chi se lo può permettere. Ora aspettiamo un po', nel caso la situazione dovesse aggravarsi voglio portare mia madre e mia sorella qui a Parma, al sicuro». Mohamed racconta che il malcontento, in Tunisia, era visibile. E che la rivolta del pane, dai quali ha preso il via la serie di violenze contro i manifestanti, non è che un pretesto: «L'ultima volta che sono andato in Tunisia era 4 anni fa - spiega -. Le persone, soprattutto i giovani, erano arrabbiati e malcontenti. Ma tutti stavano zitti, in attesa di qualcosa. Penso che questo qualcosa ora sia arrivato: non è possibile che in un paese i giovani, quasi tutti laureati, siano obbligati a espatriare per trovare lavoro. Basta guardare la mia famiglia: io e mio fratello viviamo in Italia, l’altro fratello in Francia. Sognare di andare all’estero è l’unico modo per avere ambizioni. Per questo ora i giovani protestano: il potere è in carica da 23 anni, il popolo ha bisogno di vedere un cambiamento». Mohamed rimane per con i piedi per terra: «La mia speranza ora? Di capire cosa stia succedendo e che non ci rimetta la vita nessuno».

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  • katiatorri

    18 Gennaio @ 15.57

    Libertà e giustizia per il popolo tunisino insorgente! Scendiamo in strada per manifestare la nostra solidarietà al popolo tunisino insorto per abbattere il governo di Ben Alì. Questa rivolta è stata scatenata dal gesto di Mohamed Bouazizi, nella città di Sidi Bouzid, il giovane che si è dato fuoco per protestare contro la polizia e il governo. Un gesto estremo di protesta e di ribellione, il gesto di un giovane di 26 anni, che non ha accettato di essere laureato ma senza lavoro, che voleva vendere frutta e verdura per non chiedere la carità, che voleva una risposta concreta alla sua esigenza di lavoro e dignità. Mohamed in questo momento è un eroe in Tunisia. Per noi è un giovane del nostro tempo, che non ha sopportato la contraddizione della società in cui vive, le condizioni di un paese che all’interno della globalizzazione vive la crisi economica, oppresso da un governo che per anni si è arricchito alle spalle dei suoi cittadini che si impoverivano sempre più. Il governo di Ben Alì è durato 23 anni con l'appoggio e il sostegno del governo italiano. Il ministro Frattini ha rinnovato proprio in questi giorni il proprio appoggio al presidente tunisino, nonostante fossero cominciate già a trapelare le notizie relative ai soprusi e alle violenze, da sempre praticati in Tunisia verso qualsiasi forma di critica o di opposizione. Scendiamo in strada anche per dire che noi non ci riconosciamo per niente in questo governo, siamo invece vicini a coloro che oggi stanno protestando in quel paese perché hanno deciso di smettere di avere paura, perché è venuto il momento che il popolo riconquisti il diritto alla libertà e alla democrazia. Vogliamo anche ricordare ai politici italiani che le politiche dei respingimenti sono, oggi ancora di più, un atto ignobile che niente ha a che vedere con la possibilità non solo di scegliere dove vivere, ma anche di poter scappare da condizioni di vita inaccettabili, dalla violenza e dalla fame. Al contempo siamo consapevoli che il governo tunisino, appoggiato dai suoi partner europei, ha la piena responsabilità di aver messo in ginocchio un’intera società, oppressa dalla mancanza di libera espressione, da un’elevata disoccupazione giovanile e dagli aumenti costanti dei prezzi dei beni di prima necessità. Ed è questo processo di corrosione dei diritti sociali che ha prodotto un ventennio di flussi migratori tra le due sponde del Mediterraneo. Ebbene oggi vale la pena pretendere anche il diritto a restare nel proprio paese, a vivere con dignità con la propria famiglia, senza essere costretti a pensare ad un esodo verso l’Europa per poter sopravvivere e per poter finanziare i propri cari rimasti nel paese di origine. Le migrazioni dovrebbero nascere dal desiderio di spostarsi come scelta consapevole, non certo imposta dalla povertà e dal futuro incerto. Siamo vicini ai nostri fratelli e sorelle che dalla Tunisia sono dovuti scappare verso l’Italia, perché anche noi, studenti, ricercatori e lavoratori italiani, colpiti dalla legge Gelmini, dalle forme di welfare obsolete e da un tasso di disoccupazione giovanile al 29 %, oggi siamo più che mai costretti a spostarci in altri paesi, per lavorare e per sperare in futuro migliore. È per questo che la rivolta scoppiata in Tunisia parla lo stesso linguaggio dei percorsi di lotta che si sono sviluppati in questi mesi in Italia contro la Riforma Gelmini e quelli che sono nati in tutta Europa, da Parigi ad Atene, contro le politiche di austerity. La loro lotta è anche la nostra! Invitiamo tutti ad aderire a questo appello e a partecipare alla fiaccolata che partirà da Barriera Repubblica mercoledì 19 gennaio alle ore 18. Ass. tunisini Giuseppe Verdi ,Casa Cantoniera Autogestita, Rete diritti in casa, Studenti autonomi in movimento, Associazione Ya basta!, Associazione Perché no?, Collettivo spam,ciac,centro multimediale "N.Mandela" aderiscono inoltre :ateneo libertario,gruppo fai Antonio Cieri,Usi,pcl(partito comunista dei lavoratori)

    Rispondi

  • Enrico

    17 Gennaio @ 05.59

    Mohamed nell'articolo dice "non è possibile che in un paese i giovani, quasi tutti laureati, siano obbligati a espatriare per trovare lavoro". Mi spiace Mohamed ma io come te ma cittadino Italiano abitando a Parma ho fatto la stessa cosa, espatriato per trovare lavoro. Buona fortuna con la tua famiglia,

    Rispondi

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