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«Il rais è caduto» Gli egiziani di Parma esultano

«Il rais è caduto» Gli egiziani di Parma esultano
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di Laura Birra

«Il rais è caduto». L'eco  delle dimissioni di Hosni Mubarak, da trent'anni al potere in Egitto, fa arriva anche a Parma. Da piazza Tahrir, teatro delle manifestazioni, arriva al 19 di via Trento, nel negozio di telefonia di Said Shaban. 
Amici e clienti non lo salutano col solito buongiorno, ma gli dicono «Mabrok!» ovvero «Auguri», perché per lui - che nell'Egitto di Mubarak ha vissuto per 22 anni - e per sua madre, suo padre e suo fratello che sono ancora lì, venerdì è stato scritto un pezzo di storia. 
Quella che, si spera, porterà in Egitto la democrazia. 
Da Internet è nata questa svolta storica, che in molti hanno ribattezzato la «rivoluzione del web» e da Internet Said ha saputo che il suo popolo ce l'aveva fatta.
«Ho pianto quando ho letto che Mubarak si era dimesso. Erano lacrime di gioia, di liberazione, lacrime di speranza per un nuovo inizio. Il governo di Mubarak ha favorito solo i ricchi: non c'è assistenza sanitaria gratuita, gli alimenti più semplici, come la carne o il riso, costano troppo e non c'è la possibilità di manifestare il proprio dissenso, perché le forze dell'ordine sono autorizzate a fare quello che vogliono. Non me ne sarei mai andato dal mio Paese se non fossi stato costretto da un governo che non mi offriva nulla. Vivo a Parma da 13 anni, - continua Said - ho una moglie e un figlio qui e siamo cittadini italiani; ma il resto della mia famiglia è in Egitto e non posso che esultare per la mia terra e il suo popolo». 
La gioia di Said traspare dalle parole, dai gesti, dal sorriso con cui risponde a tutti quelli che continuano a dirgli «Mabrok, Said!». 
Racconta le contraddizioni di un Egitto che «è pieno di ricchezze, eppure gran parte del popolo non riesce ad arrivare alla fine del mese. Le violenze, che purtroppo sono sempre più frequenti, nascono dall'esasperazione dei poveri: il Corano dice "Vivi e lascia vivere, mangia e dai da mangiare", perché se sfami il tuo popolo non avrà bisogno di rubare». 
Si festeggia anche a casa di Omaima Megahid, nata e vissuta in Egitto per 25 anni. 
Oggi, che di anni ne ha 51, è sposata, ha due figli ed è cittadina italiana. 
Ma una parte del cuore, oltre che della famiglia, è rimasta nella terra d'origine.
«Dal 25 gennaio (giorno in cui sono iniziati gli scontri, ndr) ho vissuto davanti alla tv - spiega Omaima -. Dormivo poco, perché tutto il tempo libero lo passavo a cercare informazioni sulla situazione in Egitto. Avevo paura per i miei connazionali, perché conosco la durezza delle forze dell'ordine egiziane, ma non smettevo di pregare perché Mubarak si dimettesse e tornasse la tranquillità». 
Venerdì pomeriggio, Omaima guardava il telegiornale con suo marito, quando è arrivata la notizia tanto attesa: «Mubarak si è dimesso». 
«Ho ringraziato Dio - spiega - perché le mie preghiere erano state ascoltate e subito dopo mi sono messa in contatto con i miei parenti. Ma i più vecchi sono preoccupati per il futuro: i cambiamenti non sono mai facili. Mubarak si è dimesso, ma cosa succederà adesso? Siamo sicuri che arriverà la democrazia? Il futuro non potrà mai essere peggiore del passato, ma ci sono tante cose da cambiare, a cominciare dal rispetto per il popolo: quando tornavo in Egitto con il passaporto egiziano, le forze dell'ordine in aeroporto mi trattavano in modo sgarbato, autoritario. Oggi mi trattano con tutti i riguardi possibili, solo perché sul passaporto c'è scritto che sono cittadina italiana. Ma sono la stessa Omaima che 26 anni fa è partita dall'Egitto. Quello che mi auguro è che arrivi davvero la democrazia, che il mio popolo ottenga il rispetto che si merita da parte di chi lo governerà».

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