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Io, giornalista tedesco alla Gazzetta

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 Klaus Jager

«Va bene?!»  è un progetto promosso dal Goethe Institut di Roma che ha una durata di due anni. Due anni nei quali l’Istituto di cultura ufficiale della Repubblica federale tedesca dà la possibilità a giornalisti, editorialisti, caricaturisti e registi italiani e tedeschi di trascorrere un periodo di tempo rispettivamente in Germania o Italia. Un’iniziativa che va ad aggiungere un altro capitolo a questa ormai secolare storia di affinità elettive che contraddistingue il rapporto tra i due paesi. Una storia caratterizzata da una forte passione, ma anche da molti luoghi comuni e stereotipi.
Strada facendo il progetto «Va bene?!» di iniziative interessanti ne ha già messe in piedi parecchie. Per esempio, il viaggio in treno Berlino-Palermo fatto da Beppe Severgnini del «Corriere della Sera» insieme a Mark Spörrle del settimanale «Die Zeit». A questa prima esperienza i due hanno voluto aggiungere quest’anno altri seimila chilometri. Partiti da Lisbona alla volta di Mosca, hanno raccontato come un italiano e un tedesco vivono l’Europa.
 
«Cambio d’aria» («Tapetenwechsel», in tedesco) sta invece per lo scambio «classico» tra redattori tedeschi e italiani. Ci sono già stati i «gemellaggi»  Berlino-Palermo, Milano-Brema, Berlino-Roma e Norimberga-Genova. Ora si è aggiunge un «ponte» tra  Parma e Erfurt.  Personalmente, sono orgoglioso di partecipare a questa avventura, non ultimo perché sono il primo giornalista dell’ex Repubblica democratica tedesca a prendervi parte. Ed eccomi qui ora, seduto per tre settimane, anziché alla mia scrivania nella redazione di Apolda (città della Turingia, regione nel cuore della Germania confinante a sud con la Baviera), alla postazione di lavoro che mi è stata assegnata dalla Gazzetta di Parma nel grande «open space» della redazione.
Un giornale, la Gazzetta di Parma,  che vanta una tradizione illustre: è dal 1735 che viene pubblicato ininterrottamente. Tanto lustro il mio giornale, la «Thüringer Allgemeine», nato dopo la caduta del Muro, non lo può invece vantare. In compenso, in questi vent’anni è riuscito non solo ad affermarsi, ma anche a diventare il primo quotidiano della regione. E, considerando gli inizi, non è cosa da poco. Nel gennaio del 1990, i redattori del giornale hanno estromesso il partito al quale il quotidiano fino ad allora apparteneva e l’hanno reso indipendente. Un evento unico nel panorama dei mass media tedeschi è stata poi l’elezione diretta di un collegio di redattori, collegio che a sua volta nominò Sergej Lochthofen nuovo direttore.
Costituita la redazione, ci volevano però anche i finanziatori. Così la «Thüringer Allgemeine» si è messa alla ricerca di soci nei «vecchi» Länder (cioè quelli dell’ovest, della Repubblica federale tedesca) e infine ha stretto un accordo economico con il gruppo Westdeutsche Allgemeine Zeitung (WAZ), che oggi è socio di maggioranza del quotidiano. Ultimo passo è stata la creazione di una società ad hoc, la «Zeitungsgruppe Thüringen», incaricata della distribuzione e della raccolta pubblicitaria, non solo per la «Thüringer Allgemeine», però, ma anche per gli altri due quotidiani della regione, e cioè la «Thüringische Landeszeitung» e la «Ostthüringer Zeitung». 
 
Grazie a queste due società distinte, una che amministra il giornale e  l’altra la pubblicità, il lavoro giornalistico è del tutto indipendente dagli inserzionisti. Una situazione ideale.
Segej Lochthofen, il primo direttore, era una persona molto eloquente, ma anche un uomo di potere. Questo suo carattere l’aveva reso un personaggio molto popolare all’esterno, mentre nel giornale la sua immagine era  più controversa. Ciò nonostante, era diventato, con l’andar del tempo, il direttore più influente tra quelli della Germania orientale, così come ospite fisso del popolare talk show domenicale «Presseclub» che va in onda sulla rete pubblica.
Dopo diciannove anni alla guida del giornale, nell’autunno del 2009, Lochthofen viene all'improvviso sostituito, con grande scompiglio per la redazione, ovviamente.
 Al suo posto arriva Paul-Josef Raue, in passato già direttore della «Braunschweiger Zeitung». Con lui inizia, nel 2010, la riorganizzazione del giornale su modello anglosassone con reporter e redattori. Vengono introdotti anche il «news-desk» e il «regio-desk», che però Raue, uno strenuo difensore della bellezza della lingua autoctona, preferisce chiamare con i termini tedeschi, che tradotti in italiano sarebbero il «tavolo delle notizie» e il «tavolo della Turingia». 
Abituarsi a lavorare in un open space non è stata cosa facile per i colleghi della redazione centrale di Erfurt (capoluogo della Turingia), mentre a Parma ci si lavora da tempo.  Ma ci sono anche molte altre differenze tra il nostro modo di lavorare e quello dei colleghi italiani. Soprattutto per quel che riguarda gli orari. E’ vero che, fatta la somma, a fine giornata le ore lavorative sono su per giù le stesse, dalle 8 alle 11 ore a seconda delle notizie del giorno. Il che non toglie che il polso dei colleghi italiani batte a un ritmo del tutto diverso. Prima delle 10 del mattino non succede proprio nulla, almeno così mi pare. E a partire dalle 13-13,30 la redazione, lentamente,  si svuota nuovamente per la pausa pranzo, che dura circa due ore. I colleghi italiani, però, lavorano fino a tarda sera: il giornale «chiude» alle 23 circa, ci sono giornalisti in redazione fino a tarda notte, anche se per la maggioranza dei colleghi italiani il lavoro finisce intorno alle 21,30.
Una suddivisione dell’orario che mi crea non poche difficoltà, devo ammettere. Quando inizio a lavorare, voglio tirar dritto finché non ho finito. Il che mi permette, in compenso, di tornarmente a casa tra le 19 e le 20. L’ora, più o meno, in cui i colleghi italiani iniziano a cambiare pagine e a lavorare a pieno ritmo per il giornale del giorno dopo.
Un’altra differenza riguarda poi il fotografare. Il giornalista tedesco possiede ovviamente una macchina fotografica che porta quasi sempre con sé. Alla Gazzetta e in tutti i giornali italiani, come prevede il contratto nazionale di questo Paese, vige invece il divieto per i redattori di fotografare. Per le foto ci sono i fotografi free-lance. Mi domando se si tratti di una situazione paradisiaca oppure noi tedeschi siamo semplicemente un po’ più avanti con la nostra mania del «cross-media». Mah, lo saprò solo nelle mie prossime visite.
Per quanto la Thüringer Zeitung continui a essere il giornale con la massima diffusione in Turingia, i dati esatti sulle vendite vengono gelosamente tenuti segreti dai proprietari. Il direttore Paul-Josef Raue parla di una tiratura totale di 310 mila copie (nelle quali sono però comprese anche altre testate del gruppo) che raggiungono un pubblico di 920 mila lettrici e lettori.
Ma come c’è finita la Thüringer Allgemeine nel progetto «Va bene?!»? Si è trattato di una fortunata coincidenza. E’ in occasione di un convegno, tenutosi a Roma lo scorso autunno, che Paul-Josef Raue conosce Susanne Höhn, la direttrice generale per l’Italia del Goethe Institut. Ed è allora che apprende del progetto «Va bene?!». L’idea lo entusiasma e così, una volta tornato in redazione, pubblica una sorta di bando di partecipazione. Ed eccomi qui nel bel mezzo di «Va bene?!».
Per queste tre settimane ho messo in valigia una sporta di ottimismo, apertura e fiducia. La diffidenza, i pregiudizi e i luoghi comuni li ho invece lasciati a casa. Già il 24 maggio, alla fine della mia prima giornata di lavoro, Francesca Lombardi della Gazzetta online, una delle due donne al giornale che parla un po’ di tedesco, mi ha fatto un’intervista. Chi vuole vederla la trova sul sito sotto «Klaus, il cacciatore di pregiudizi». A ispirarle il titolo è stato il mio cognome, «Jäger»: in italiano vuole dire appunto cacciatore. 
E la caccia ai pregiudizi è proprio il fine perseguito da questa iniziativa del Goethe Institut.

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