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Alessandro, forlivese in Norvegia: "Sembra che il tempo si sia fermato"

Alessandro, forlivese in Norvegia: "Sembra che il tempo si sia fermato"
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«La situazione è triste, sembra che il tempo si sia fermato. La sera viene sempre fatta la messa in centro e tante persone si raccolgono per accendere candele o portare fiori». Alessandro Di Zillo, 26enne forlivese, vive a Oslo, a 15 minuti dal luogo in cui è esplosa l’autobomba il 22 luglio e racconta il suo dopo-attentato, visto anche attraverso lo schermo del suo cellulare.

Il fatidico venerdì degli attacchi a Utøya, la prima cosa che ha fatto Alessandro quando ha capito cosa è successo è stata chiamare la sua ragazza: «L’esplosione era stata nel quartiere dei ministri, dove lavora sua madre». La donna ora è costretta a lavorare da casa, come altri impiegati della zona, ma le è andata bene: era uscita dall’ufficio trenta minuti prima.
La madre della fidanzata di Alessandro non è l’unica ad essersi trovata la vita stravolta dai postumi della tragedia, anzi. «Nel quartiere ora tutto sembra distrutto a causa dei vetri sparsi ovunque, anche se i soccorsi sono arrivati in meno di 30 minuti, squadre di polizia e militari erano già sul posto a pulire e isolare la zona». E le distanze fra i cittadini si accorciano, se è vero che persino «il primo ministro è molto segnato. Aveva molti amici Utøya che sono morti».

«Ora in Norvegia c'è sempre il sole, la notte non cala mai del tutto - continua Alessandro - quindi è anche facile trovare intere famiglie che vanno in centro solo per la messa di mezzanotte».
È un lutto che si estende fino a coprire con un velo tutte le attività della vita quotidiana, come se Oslo fosse un’anziana vedova.
Ma Alessandro è giovane, ha 26 anni, ama uscire ogni tanto. Forse vorrebbe solo ricominciare a vivere normalmente, «solo che le discoteche più popolari sono nella zona dove è esplosa la bomba e l'accesso è chiuso, mentre le altre sono quasi vuote. Ovviamente manca la voglia di divertirsi dopo quello che è successo. Ma volendo, non c’è lo spazio per farlo».

Il dopo-attentato a Oslo è all’insegna del silenzio non solo a causa della chiusura dei locali. «È difficile da spiegare: prima c’erano volte in cui sembrava di vivere in una giungla, qua, ma in questi giorni la città è silenziosa e piena di gente raccolta assieme per stare vicino a chi non c'è più». E sono tanti, non si sa ancora quanti: «Vengono pubblicate nuove foto delle vittime ogni giorno, tutti ragazzi tra i 18 e i 20 anni. Ogni tanto vengono trovate persone sia morte che vive nelle macerie, altri non sono stati ancora trovati e sono dati per dispersi in mare».

Alessandro ha provato a darsi delle risposte, a capire come mai la città fa così tanta fatica a rialzarsi, oggi. «Era dalla Seconda guerra mondiale che Oslo non veniva attaccata e quindi ne risente molto. Quando succedono questi fatti l'ottimismo va a farsi friggere, cerchiamo di fare progressi ogni anno ma quando succedono questi eventi regrediamo in una maniera tale da chiederci dove viviamo veramente e perché ci facciamo del male; la politica e la religione dovrebbero essere delle cose che aiutano l'uomo ad avanzare verso un sistema migliore, non dei pretesti per distruggerci a vicenda».

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