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I tunisini di Parma tra sogni e speranze

I tunisini di Parma tra sogni e speranze
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di Giulia Coruzzi

«Noi sogniamo una società sana. E l'aspettiamo, ricordandoci un detto arabo: lo splendore del sole comincia da un raggio». 
Suo padre è morto lo stesso giorno in cui Ben Alì ha lasciato la Tunisia: il 14 gennaio. E lei si commuove mentre spiega quale sia il suo dolore più grande: «Non ho avuto il tempo di dirgli “Ce l'abbiamo fatta, siamo liberi!”».
Rebeh Kraiem, 54 anni, fa parte dell'associazione degli immigrati tunisini «Giuseppe Verdi». Storie complicate quelle che le ruotano intorno, dure, violente, struggenti. Suo marito, Benjoudou Belgacem, presidente della stessa associazione, dopo 21 anni è finalmente riuscito a tornare in Tunisia.
La caduta del regime per lui ha significato anche questo: riottenere il passaporto, dopo anni di porte chiuse in faccia, per rimettere i piedi tra le sue radici. E ora è là con una missione molto precisa che lega la realtà tunisina direttamente a Parma: «Mio marito è in Tunisia come rappresentante del Comitato di protezione della rivoluzione – spiega Rebeh -. Avrà un incontro in questi giorni con il primo ministro e con il ministro degli Affari sociali per proporre un ponte con Parma, in particolare con l'Enaip, per riportare in Tunisia i profughi senza lavoro e avviarli nella loro terra a svolgere una professione. La collaborazione con Giorgio Zanni, direttore dell'Enaip e nostro caro collaboratore, potrebbe consentire di condurre nella nostra terra insegnanti al fine di formare i giovani tunisini dal punto di vista professionale. Solo così si può ripartire e ricostruire, insistendo sulla cultura e sul lavoro».
Enaip non è nuova a certi progetti: «Il sistema Enaip ha già aperto scuole di mestieri in Venezuela, Argentina e Mozambico  - dichiara Zanni -. I fondi per la cooperazione e lo sviluppo ci sono, ma i nostri sono più che altro autofinanziamenti».
Ben e Rebeh, che fondarono l'associazione nel 2002, sono affiancati anche da Cherif Ali e Imen Brida. Tutti credono in alcuni punti saldi: affiancare nelle pratiche burocratiche i nuovi arrivati, aiutarli a cercare lavoro, ma soprattutto fare cultura.
Le esperienze di Rebeh e Ben sono estreme e li hanno abituati a una grande apertura: «I miei nonni furono perseguitati dai tedeschi, uno dei due fu anche prigioniero in campo di concentramento – racconta la donna -. Da quando sono piccola mi interesso alla questione ebraica. L'anno scorso siamo andati a Fossoli e con l'Isrec vorremmo organizzare una visita ad Auschwitz. Nel 2010, durante le giornate che dedicammo alla Shoah, dimenticai in sede alcune lettere che mio nonno aveva spedito alla sua famiglia dal campo di concentramento dove era stato deportato. Mi sono state rubate».
«Oltre all'associazione di Rebeh, c'era a quei tempi anche un altro gruppo di tunisini a cui avevo concesso le chiavi dell'Enaip per fare incontri – spiega Zanni -. Quando si è verificato questo grave furto ho deciso di interrompere subito i contatti con questa seconda realtà, troppo integralista al punto da non accettare che i loro connazionali potessero parlare di Shoah».
Oggi ancora non vi sono tracce di quelle carte: «Il console dice che sono passate dagli uffici consolari di Genova ma che vi sono solo transitate – continua la donna -. Ho fatto diversi presidi là, senza ottenere nulla. Per me quelle testimonianze valevano molto».  Alla donna erano stati rubati anche carta di soggiorno e passaporto.
 

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