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Ruben: «Via dal Cile delle torture qui ho costruito una vita vera»

Ruben: «Via dal Cile delle torture qui ho costruito una vita vera»
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La pelle bisogna difenderla». A volte bastano poche parole per intuire quanto una vita sia diversa dall’altra. Parole come «ricercato», «torture» e «morte». Un libro? Un film? No, la sua storia.
Ruben Omar Leal Lopez nasce a Santiago del Cile, 57 anni fa. E’ arrivato negli anni Settanta a Parma e oggi è un informatico. «Studiavo nel sud del Paese. Biologia e chimica. Erano anni “caldi” per il Cile e io ero un dirigente studentesco e politico che appoggiava l’allora presidente Salvador Allende».
Giovane ribelle e convinto dei propri ideali, Ruben Omar diventa un ricercato all’età di 19 anni. L’11 settembre 1973, infatti, i militari cileni effettuano il colpo di Stato che porterà alla morte del presidente Allende. «Tutti i sostenitori dovevano essere uccisi. Anche io», continua Ruben Omar.
Inizia così la fuga disperata per raggiungere la famiglia che viveva nella capitale. A Santiago. «I militari uccidevano senza pietà. Ho perso 36 amici, tra colleghi di università e di partito - la voce si fa cupa -. Uno dei miei più cari amici è stato rinchiuso in una casa di tortura e non si è più saputo niente. L’avranno buttato in mare». Case di conoscenti, nascondigli segreti e poi il contatto con i nonni.
«Grazie a loro ho potuto rivedere mia madre. Mio padre era scappato, anche lui rischiava la morte».
L’unica via d’uscita era l’ambasciata colombiana, ma non riuscendo ad entrare «ho scavalcato il muro di quella italiana e sono rimasto là per sette mesi». Qui Ruben Omar ha riabbracciato suo padre che, due mesi dopo, è stato trasferito a Parma diventando ingegnere per le ferrovie dello Stato. «Dopo sette mesi ho ottenuto il lascia passare. Ho raggiunto Parma e dopo poco ho iniziato a lavorare all’Ospedale Maggiore come tecnico di laboratorio farmaceutico». Nel 1976 la famiglia si riunisce con l’arrivo della madre. La loro vita torna alla normalità e nel 1990 l’Ospedale Maggiore offre un posto come informatico.
«Ho sempre avuto la passione per l’informatica. Il mio hobby è divenuto la mia professione». Nello stesso anno il padre è tornato in Cile. «Soffriva di nostalgia. Troppo forte per restare in Italia», spiega l’informatico che nel suo Paese torna ogni due anni. «E' un’emozione difficile da spiegare. Quando uno è costretto a lasciare la propria terra il legame che ne deriva è più forte che mai». E conclude: «Sono felice di vivere a Parma. Qui ho costruito una vita vera».

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