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La vita in tredici metri quadrati

La vita in tredici metri quadrati
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Il cielo in una stanza può essere un’immagine poetica, ma quando in una stanza ci vivono in tre, e per di più con una finestra sbarrata da cui il cielo non si vede, la poesia sfuma. Non si parla della cella di un carcere, ma di un’abitazione, quella dove vive una famiglia marocchina: El Hassan Bouaraine, la moglie Jamila e la piccola Khawla, venuta al mondo quattro mesi fa e già costretta a fare i conti con la crisi che toglie il sonno agli adulti.
Già, la crisi, quella che ha fatto perdere il lavoro a papà El Hassan, licenziato per riduzione del personale a ottobre, ma senza stipendio già da qualche mese. Ciò che rende paradossale una storia che ci siamo purtroppo abituati a sentire è racchiuso nella sigla E9 del catasto, classificazione in cui rientrano i tredici metri quadrati in cui la famiglia vive, con «regolare» contratto di locazione. Sotto la sigla E9 sono catalogati tutti quegli «edifici a destinazione particolare, non compresi nelle categorie precedenti del gruppo E». Definizione che può voler dire tutto e niente, ma che sancisce chiaramente che l’immobile in questione non si può chiamare casa (classificate nel gruppo A). E per intenderci, la voce precedente, E8, definisce i fabbricati dei cimiteri. Eppure questa «non casa», situata in via Bixio, è stata affittata ad uso abitativo (fatto per cui, racconta El Hassan, il proprietario è già stato multato) e ogni mese la famiglia ha pagato un canone di 390 euro. Almeno finché ha potuto permetterselo.
Entrando in casa si nota subito la striscia di muffa che orla la porta, ma quello che fa rimanere a bocca aperta è lo spazio claustrofobico in cui sono stipati un letto, un tavolino con due sedie e una specie di cucinotto. Si ha la sensazione che manchi l’aria, e forse non è solo una sensazione. Il bagno poi è un’altra cosa: basti dire che in due quasi non ci si entra.
Quello che colpisce in positivo, invece, è la capacità di Jamila, che ci accoglie con il sorriso e con un caffè sul fuoco, di mantenere un ordine e una pulizia impeccabili in un ambiente così angusto. Lei, che a 43 anni ha avuto la prima figlia, Khawla, e che si è sentita dire: «Voi stranieri fate figli solo per avere le case del Comune». Lei, che in Marocco si è laureata in biologia ma che non ha avuto vergogna di venire in Italia a fare la badante. Anche El Hassan ha studiato, letteratura francese, ma entrambi hanno quasi timore a dirlo: accetterebbero qualsiasi lavoro, e non è il caso di snocciolare titoli di studio quando per sopravvivere si punta a fare il lavapiatti e simili.
«Abitiamo qui da quattro anni. Fino a che eravamo soltanto in due - raccontano - ci siamo fatti andare bene questa sistemazione. I soldi erano pochi ma vivevamo dignitosamente. Adesso, con una bimba di quattro mesi, dobbiamo pensare a un futuro che non può stare in tredici metri quadri». Tra l’altro il pediatra ha già certificato che l’ambiente in cui vivono non è idoneo. Ma nel loro futuro momentaneamente c’è una sola certezza, quella dello sfratto per finita locazione: il contratto scadrà infatti ad aprile 2012.

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  • Geronimo

    23 Novembre @ 21.22

    Giuly vergongati! Io spero che tu debba provare solo per un giorno in vita tua sulla tua pelle quello che provano loro, almeno così cambieresti opinione. Come mai tu hai il diritto ad avere una casa normale con un mutuo o un affitto e loro devono avere una stanza 4 metri per 3 sempre pagando una cifra enorme?

    Rispondi

  • giuliano

    23 Novembre @ 20.15

    dobbiamo fare qualche cosa su presto comperateci un biglietto prima classe tunisia se volete i soldi chiedete e vi saranno inviati

    Rispondi

  • Geronimo

    22 Novembre @ 10.31

    Che squallore, e dire che per gran parte dell'opinione pubblica la colpa è di questa gente e non di chi affitta e lucra sulla vita dei poveretti. Per chi è incapace di fare i calcoli 13 metri quadrati sono circa una sala di 4 per 3,3 metri, più o meno come una cella del carcere

    Rispondi

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