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Trenta infermieri dal Paraguay

Trenta infermieri dal Paraguay
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Giulia Coruzzi
A volte le storie di immigrazione sono particolarmente anomale e curiose.
E’ il caso della comunità paraguayana, la cui vicenda è senza precedenti nella nostra città. Il viaggio che condusse questo gruppo di persone a Parma nel 2003 non è legato a circostanze di persecuzione o indigenza, la loro non fu una fuga, ma semplicemente una risposta a una richiesta proveniente dall’Azienda sanitaria locale.
 L’Ospedale Maggiore propose al Paraguay un contratto destinato a trenta infermieri cui fu proposto di fare un’esperienza di lavoro di un anno rinnovabile per altri dodici mesi.
I trenta infermieri arrivarono.
E molti di loro oggi sono ancora qui, a esercitare una professione in maniera altamente specializzata e a dimostrare quanta soddisfazione possa giungere dal lavoro.
 «Doveva essere un’esperienza di un paio d’anni al massimo, poi si è trasformata in un contratto a tempo indeterminato per molti di noi - hanno spiegato alcuni di loro -. 24 di noi sono rimasti a Parma e piano piano sono stati raggiunti da famigliari. Figli, mariti, mogli si sono riuniti e hanno ricominciato a vivere qui».
Durante il primo anno il gruppo di infermieri fu ospitato al terzo piano del «Rasori» trasformato in una sorta di residence senza troppe pretese.
 «Dormivamo in due/tre per ogni stanza - raccontano -. E’ stata meno dura per noi rispetto agli altri stranieri che si trasferiscono: non eravamo mai soli, abbiamo condiviso gioie e dolori, aspettative e paure, entusiasmi e nostalgie. Certo, abbiamo faticato a imparare l’italiano perché tra noi abbiamo continuato a lungo a parlare spagnolo, ma ora non ci sono difficoltà di comprensione».
Anche perché la preparazione, prima della partenza per l’Italia è stata lunga, intensa e approfondita: mesi di scuola d’italiano, numerose lezioni sul nuovo codice deontologico infermieristico e in seguito, una volta giunti qui, esami e prove. Poi l’inizio del lavoro vero e proprio, i primi confronti tra i due sistemi sanitari, la scoperta di un modo diverso d’intendere il mestiere. E la vita.
 «Abbiamo avvertito subito molte differenze - spiegano gli infermieri - . All’occhio ci è balzata immediatamente la diversità di approccio al paziente. Noi siamo, per natura, molto vicini ai malati. Ci viene naturale dimostrare affetto, vicinanza, fare una carezza, stringere una mano. Qui il personale è abituato a un maggiore distacco. Ci siamo stupiti anche perché molti anziani sono soli. Da noi la famiglia è molto presente nel percorso della malattia e nessuno permette agli infermieri di pensare all’igiene personale dei propri cari».
Ma oltre che per la connaturata umanità, il personale paraguayano si è distinto per l’indiscussa professionalità.
 «Quando negli Stati Uniti nascono nuove strumentazioni e tecnologie e si mettono a punto terapie e farmaci, il giorno dopo tutto è già arrivato in Paraguay. Siamo in prima linea nella ricerca e questo l’Europa ce lo riconosce».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • mauro

    11 Dicembre @ 10.00

    ma quanta ipocrisia giuliana, e se ne facciamo arrivare 2 milioni con chiamata diretta va bene lo stesso?

    Rispondi

  • giuliana

    02 Dicembre @ 09.53

    Questa è l'unica modalità di immigrazione che un governo e un'amministrazione locale intelligente dovrebbero favorire. Chiamata diretta e seria preparazione preventiva. Tutti gli altri, a casa. Qualche mente illuminata ha invece deciso che è cosa buona e giusta favorre l'ingresso e la permanenza sul nostro territorio di ladri, spacciatori e stupratori.-anche questi dotati di grande umanità e professionalità, vero?

    Rispondi

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